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La risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto

“Che fine abbia fatto il veterano?” è la domanda che aleggia nei nostri uffici.
Strane voci in merito si affastellano nei corridoi angusti. “È stato rapito dagli alieni” sostiene un collega, tirando in ballo il fatto che il veterano sia anche un ufologo dilettante. “Avrà avuto un incidente?” chiede Buddy.

Nessuno riesce a dare una risposta, e il mistero s’infittisce. Le uniche cose che sappiamo sono che:
a. era andato in trasferta a Milano;
b. non è più tornato in ufficio;
c. il tagliagole (soprannome del responsabile risorse umane) ha messo in giro il pettegolezzo per cui sarebbe in malattia per “depressione”.

Qualcuno dirà “chi se ne frega?”
Beh, a noi frega un bel po’, perché la sua assenza comporta molto più lavoro per noi… e quando dico “per noi” intendo “per me” (e quando dico “più lavoro” intendo “tanta merda da spalare”).

Ero già con la pala in mano, quando Buddy è arrivato in ufficio, con gli occhi tanto socchiusi che mi chiedevo se ci vedesse.

Appena sedutosi, mi ha detto con voce impastata: “Non hai idea di che incubo strano ho fatto!”

Ecco che si ricomincia. A me dei suoi sogni non potrebbe fregare di meno, ma da quando ho preso in giro una collega dicendo che sapevo interpretarli sono condannato. Deve essere una specie di legge del contrappasso, che mi punisce perché le dissi che sognare un vestito rosso significasse che aveva bisogno di liberarsi dai vincoli della realtà quotidiana.
“Non c’avevo pensato, è vero!” Fu la frase che, agli occhi altrui, mi trasformò nel Freud dei poveri.
Con un po’ di noia mi stacco dal PC, in fondo un po’ di distrazione non potrà che farmi bene. Socchiudo gli occhi e con tutta la professionalità che mi compete con un cenno gli lascio capire che può proseguire nella narrazione dell’incubo.
Lui riprende: “Allora, ero sudato, no? Proprio sudato e poi… nervoso! Sì, ricordo che ero nervoso. Significherà che sono nervoso?”
“Beh, questo lo lasci dire a noi”.
Lui sorride e riprende: “allora, ero davanti a questa porta e spingevo, ma spingevo forte!”
“E poi?”
“Niente. Ho spinto e spinto tutta la notte. Mi sono svegliato che mi facevano pure male le braccia”.
“E poi?”
“T’ho detto, niente. Solo questo sogno stranissimo! Un incubo! Mi sono svegliato tutto sudato, davvero.”
“Ci devo ragionare su. Non è banale e non voglio dire cose gravi senza rifletterci” concludo sforzandomi di non ridere.
Lui fa la faccia preoccupata: “ma… davvero dici che è grave?”
“Secondo me, c’è qualche turba. Ci devo pensare.”
“Grazie, sei un amico” mi dice. In quel momento, mi sento un po’ una merda, ma mi diverto.

Nella mia mente frullano le peggiori puttanate da inventare, dalla madre che lo picchiava in culla, alla fidanzata che lo tradisce. O forse posso inventare qualcosa sul Grande Capo? Il Grande Capo, cert…
Mannaggia a me e che dimenticato sempre che un po’ di scaramanzia non fa mai male. DRIIIN, DRIIIN, DRIIIN!!! Il telefono ha cominciato a suonare con insistenza e chi mi chiama è proprio il Grande Capo: mai pensare a lui invano!
Alzo la cornetta e sento: “Don’t stop, thinking about tomorrow, don’t stop dingindengondundun”, m’ha messo in attesa, ho aspettato troppo per rispondere, speriamo non si sia infuriato.
Poi mi risponde: “Sì” mi fa annoiato più che infuriato.
“Pronto?” Chiedo incerto.
“Che fai ancora lì?” Dalla webcam sembra perplesso.
“In… ehm… cioè, in che senso?” Sono io a essere perplesso sul serio.
“Non dovevi già essere su da noi? Non mi dire che il tuo capo s’è scordata di dirtelo! Dimmelo e le faccio il cazziatone!”
“Mmm… non mi sembra… ma forse mi sbaglio.”
“Va bene, sei un paraculo. Comunque, non m’interessa. Prendi il primo volo.”

Il sangue in testa, il cuore batte a duemila. Mi vorranno licenziare per quello che è successo con lo gnomo poco erectus (vedi https://martinedentree.wordpress.com/2014/01/03/c-era-una-volta/)? Avrò fatto qualche puttanata!! Mi metteranno alla gogna nel giardinetto aziendale e tutti gli interinali che passano dovranno prendermi a calci in culo!!! Sarà una cosa talmente tremenda che non la riesco neanche a immaginare!?!?!?

Il mio amico Sfrucuglietor è la mia unica speranza, ho bisogno di una sua parola! Apro il Messenger.

Io: “Wé”. Inizio speranzoso.
Sfr: “Hai visto il veterano?”
Io: “No, manca da due giorni, ma dovevo dirti un’altra cosa”.
Sfr: “E lo so che manca! Non lo sai perché?”
Io: “No, non lo so, ma volevo dirti una cosa”
Sfr: “Allora devo raccontartelo!”
Ok, non mi farà parlare. Io: “Dici” gli scrivo sperando che mi dia la possibilità prima o poi di raccontare il mio fatto.
Sfr: “Era a Milano in trasferta e stava in albergo. Allora, sai che ha pensato?”
Io: “No”.
Sfr: “Di vedersi un film porno a spese dell’azienda. Tanto, mi ha scritto su WhatsApp, chi se ne accorge?”
Io: “Quindi?”
Sfr: “Quindi, ha iniziato a vedere il film e mentre iniziava a carezzare il becco del piccione si è trovato di fronte sua moglie!”
Io: “Cazz porc putt!” Il fatto mi distrae dal problema Grande Capo. “Che figura di merda! Ma perché, è andata a Milano pure lei?”
Sfr: “Macché Milano??? Se l’è vista davanti, nel film!”
Io: “Nel film???”
Sfr: “Eh, fa la MILF nei porno! Solo lui non lo sapeva! Che risate!!!”
Io: “Non lo sapevo neanch’io…”
Sfr: “Seh! Ma tu capisci il poveraccio? Sai che ha fatto dopo? Mi ha detto, sempre su WhatsApp – ah sì, lei fa la puttana nei film? Allora io ora la cornifico con una puttana! – e s’è fatto arrivare un’escort in camera!”
Io: “Una macchina in camera???”
Sfr: “No, che macchina! Un’escort, una zoccola! Ora le chiamano così”.
Io: “Mah, che cose strane. Proprio lui che diceva… mia moglie è una santa di qua… mia figlia è una grande lavoratrice di là… mia moglie è tutta casa e chiesa… mia figlia si sta facendo un mazzo tanto per l’EXPO 2015…”
Sfr: “Sì, ma quelle sulla figlia sono cose vere”.
Io: “Sì, era per dire”.
Sfr: “No, non per dire. Stammi a sentire. Quando ha aperto la porta, che è arrivata la escort sai chi si è trovato davanti? Proprio la figlia! Un mazzo tanto se lo sta facendo, anzi, glielo stanno facendo! Gli è venuto un colpo! Ahahah”.
Io: “Poveraccio”.
Sfr: “Seh, che risate, eh? Ma tu che volevi dirmi?”

Per qualche motivo, non gli parlo del capo, ma del sogno di Buddy.
Lui assume tono professionale, lo percepisco anche se non lo vedo, e penso proprio che mi stia prendendo per culo, come faccio io con gli altri.
“Allora” mi fa “faceva freddo o caldo nel sonno? C’era qualcosa che faceva capire dove stava? Un’insegna qualsiasi?”
“Lasciamo perdere, va”.

Anche se so che mi stava prendendo per culo, chiedo a Buddy: “Senti, ma del sogno, ti ricordi qualche particolare? Dove eri? C’era un’insegna o qualcosa del genere?”
“Boh, no. Non mi ricordo nulla”.
“Ma come??? Non va bene! Devi ricordare! E’ importante! Forza! Focalizza la porta! Ce l’hai in mente?” Lo incito.
“Ehm, sì”. Lo vedo che si stringe nelle spalle.
“Ecco, con calma. Guarda tutto con attenzione: non ti viene in mente nessun dettaglio?”
Forza chiattone che ce la fai! Dammi la risposta che mi serve!
“Sì, ci sono!”
Lo sapevo, lo sapevo che ce la faceva!
“Cosa ricordi?” Sono pronto a ricevere la vera risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto! Altro che 42!
Lui è soddisfatto di averlo ricordato, io sono soddisfatto poiché finalmente saprò!
“Sulla porta, c’era una scritta! C’era scritto: PULL!”

em.il.

C’era una volta, nell’ufficio di molto, molto lontano…

C’era una volta, nell’ufficio di molto, molto lontano…

… un bastardo di nome Gianni. Ho sempre sospettato che la sua natura di bastardo fosse dovuta al conflitto interiore di chi porta con sé un cognome come Marcantonio ed è alto un metro e cinquanta.

Ora, cambiamo la scena e immaginate me e Buddy in macchina, con la neve alta.

“Vai piano”, gli facevo, ma il Tommy Makkinen dei poveri andava.
“Vai piano” gli ripetevo, ma lo spirito del miglior Senna si era impadronito del suo corpo, senza essersi preso la briga di dargli un paio di lezioni di guida sicura.

Ma prima di proseguire con questa scena, vi devo raccontare di come sono fatti i nostri parcheggi. Fosse stato un libro l’avrei scritto in qualche capitolo precedente, ma questa è solo una serie di racconti sconclusionati, quindi… come sono fatti i nostri parcheggi? Ne abbiamo due. Uno è vicino all’ufficio, cui si accede facilmente ed è riservato ai dirigenti, agli ospiti e alle divinità che non sanno cosa fare nel settimo giorno. L’altro, destinato a sfigati e poveri diavoli, è lontano un chilometro dagli uffici e vi si accede passando per una stradina stretta dalla pendenza che ti dà l’impressione di stare scalando il Monte Bianco.

A questo punto possiamo tornare sulla scena di me è Buddy in macchina con la neve alta.

Ad andare piano lui non ci pensava e la tipica macchina da interinale si era stancata di stare in strada.
Una bella frenata e ci ritrovammo ad andare a destra, sinistra e di nuovo a destra. A un passo dal testa-coda continuavamo a scivolare in basso, con tale scoordinata eleganza che Tomba ci avrebbe fatto un baffo e la tomba un cenno di benvenuto. Col burrone a sinistra, una stradina impraticabile davanti e il “Parcheggio Dirigenti” a destra gli feci “ce la fai a entrare nel Parcheggio?”
Lui, incosciente quanto me, non pensò alla tremenda bestemmia e fu così che ci ritrovammo dove solo il gota poteva accedere, dove gli dèi si inginocchiavano per entrare. Un centinaio di metri in scivolata e poi la macchina si fermò sul piano del “Parcheggio Olimpo” asciugato con il phon centimetro per centimetro da un indiano senza piume né arco.
“Ok, ci siamo fermati. Ora proviamo pian piano a risalire ed andarcene da qui prima di morire abbrustoliti come Dracula in Chiesa”.
Niente da fare, il macinino repellente arrivava fino al limitare della neve e si fermava.
Provai a spingerla, a togliere la neve da davanti alle ruote, ma niente.
Forza e coraggio, Buddy è un interinale, avrei parlato io con la guardia.
Dunque, andai dal Marcantonio in miniatura. “Abbiamo un problema con la macchina, non riusciamo a salire”. Gli dissi.
“Mi spiace, ma qui la macchina non può stare”.
“Capisco, ma non riusciamo a spostarla”. Tentai di fargli capire.
“Non ci posso far niente, la macchina qui non ci può stare” e io me lo immaginai conciato alla Robocop che aggiungeva “vivo o morto verrai con me”.
“Ho ca-pi-to” sillabai “che non ci può sta-re; ma non abbiamo modo di farla risalire, non sapremmo cosa fare. Se vuoi provare, posso lasciarti le chiavi”. Mimai qualcosa a caso, sperando che i gesti delle mani potessero far capire ciò che le parole non trasmettevano.
“Non posso allontanarmi da qui, la macchina la dovete spostare da lì”. Fece lui inamovibile come uno scoglio con l’intelligenza di… qualcuno senza intelligenza, decidete voi chi, un bradipo che tenta di imitare un vecchio tormentone di Faletti per me andrebbe bene.
“Ma ti ho detto che non si riesce a spostarla! Facciamo così, se si scioglie la neve tra un po’ la togliamo, ok? Ora non c’è modo. E poi, ci sono venti posti liberi, qual è il problema?” La voce si era un po’ alzata e i gesti si erano fatti un po’ più eclatanti, passando dalle mani alle braccia.
“Il problema è che i posti sono per dirigenti e ospiti”. Lui impassibile.
“Quale ospite ti aspetti che arrivi oggi?” Io sbuffante.
“Non lo so, ma voi non siete né dirigenti né ospiti e io non posso farvi stare lì”. Lui col capo che si scuote.
“Allora, senti: la macchina resta lì. Se ci sono problemi fammi chiamare dal capo del personale, che gli spiego la situazione”. Me ne vado con il volto in fiamme e urlo a Buddy di lasciare la macchina là e di venire in ufficio.
“Stranamente”, non mi giunse nessuna telefonata dal capo del personale, né arrivò alcun ospite.

La scena si sposta avanti nel tempo di qualche settimana, sempre nell’ufficio di molto, molto lontano.

Sono le 21:00. Una TV è accesa nella sala riunioni vicina al mio ufficio (subito accanto ai bagni, per chi ricorda l’ufficio).
La voce è alta e m’infastidisce non poco, visto che sto lavorando.
Entro e vedo che è attaccata a un registratore acceso. Non c’è nessuno nella sala e in TV è proiettata una serie piuttosto vecchiotta.
Abbasso la voce e rientro in ufficio scuotendo la testa.
Cinque minuti e la voce torna alta.
Calmo. Vado e la riabbasso.
Quindici minuti e la voce torna alta! E’ uno scherzo?
Vado e la riabbasso… di nuovo.
Stavolta passano trenta minuti, la voce si rialza. Poco male, ho finito di lavorare.
Sto uscendo e trovo il piccolo Marcantonio che mi guarda e fa incavolato: “Devo dire alla signora delle pulizie che non deve toccare le cose!”
Il mio sguardo gli risponde interrogativamente.
“Ogni volta mi abbassa la voce della TV” si sfoga con me.
Grandissimo bastardo, eri tu a rompere i coglioni?
“Stavo registrando la puntata e col volume basso non si registra bene”.
“La voce l’ho tolta io, perché sono qui per lavorare”. Dico ciò e me ne vado senza salutarlo.

Una soddisfazione, no?

Passa la notte, si torna a lavoro e mi chiama il responsabile del personale, per gli amici il Tagliatore di Teste. “Mi ha detto la guardia che hai modificato le impostazioni di un mezzo audio televisivo di proprietà dell’azienda”.
“Non proprio” mi giustifico “ho abbassato la voce della TV che stava trasmettendo una puntata che la guardia registrava durante l’orario di lavoro”. Ora gli romperà il culo al bastardo!
Affilando la lama del tagliacarte, mi dice: “Beh, dovevi chiamare qualcuno, non hai il diritto di toccare i mezzi aziendali che non ti sono affidati”.
Come? Dice sul serio? Sono sconcertato. “Chi potevo chiamare a quell’ora? In ufficio c’eravamo solo io e la guardia”.
“Avresti dovuto chiederlo alla guardia”. Si pulisce le unghie col tagliacarte.
“Ma se era la guardia che la alzava?” Gli chiede lo sconcerto che si è impadronito di me.
Sospira profondamente, m’indica col tagliacarte e mi fa: “Insomma, vuoi una bella ammonizione? Non è compito tuo modificare le impostazioni dei mezzi audio televisivi. Al massimo puoi chiedere la cortesia di abbassarlo a chi li sta utilizzando”.
Pausa di riflessione.
Poi riprende: “Mi dici, ora, che ci facevi in ufficio a quell’ora?”
“Lavoravo, cos’altro???”
“Sei stato autorizzato?” Mi chiede con un sorriso obliquo, simile a quello di una gola tagliata che si sta aprendo.
“Autorizzato per portare a termine il lavoro?”
“Certo. Non puoi rimanere in ufficio fino a quell’ora”. Scuote la testa e aggiunge: “Per stavolta la passi liscia, ma che non si ripeta, altrimenti te lo sogni di spostarti da qui. Ora vai, che devo chiamare il capo del tuo capo del tuo capo”.

Calmo, porca miseria, calmo, devo stare calmo! Abbasso la testa, mormoro un saluto e me ne esco.

Sto pensando a “un giorno di ordinaria follia”, quando entro in ufficio e Simpatia mi fa: “Ma perché ce l’hai tanto con il povero Marcantonio, che te la prendi sempre con lui?”

em.il.

L’impiegato – Casa dolce casa!

Segue da: https://martinedentree.wordpress.com/2013/04/25/impiegatto/

“Tesoro!” mi fa la mia dolce donzella dalla riccia chioma salutandomi “Sei arrivato finalmente! Non hai idea di che m’è capitato oggi! Perché capitano tutte a me?”

Magari perché sei sbadata… ma forse non è il modo migliore per iniziare la serata, soprattutto visto che per questa serata sono uscito mezzora prima da lavoro e mi son fatto due ore e mezza di macchina per arrivare. Imbottito di politically correct le dico: “Boh! Chi lo sa! Che t’è successo?”

“Ero in tangenziale, no?”

No cosa?

“E mi sono fermata al casello, no?”

Se non lo sai te…

“Ho inserito la carta tre volte e me l’ha risputata fuori! Alla fine, mi è uscito un tagliandino da pagare”.

E io che pensavo chissà cosa! “Non ti preoccupare, è capitato pure a me”.

“Ah e io che stavo in pensiero… Che scema… Senti, visto che l’hai già fatto, me lo pagheresti tu?”

“Amore, ma quando te lo pago e dove? Lo sai che sono sempre in quel postaccio”.

“Beh, che ci vuole, in un Punto Blu, no?”

“Ma non so se passo per qualche Punto Blu aperto”. La voce sembra partire dalla mia bocca, ma in realtà è espressione dei miei coglioni che hanno iniziato a volteggiare e non hanno intenzione di perder tempo al mattino.

“Ma puoi provare a vedere… Eddai, fammela sta cortesia, non ti costa nulla” mi dicono gli occhi da cerbiatto.

“Ma io vado a lavoro alle 5: chi trovo al Punto Blu a quell’ora?” La domanda è posta ora dal mio fegato che si sta ingrossando, non felice di pensare al mattino successivo.

Il suo musetto si imbroncia pur rimanendo grazioso. “I Punti Blu sono aperti 24 ore su 24 e sono ovunque!” Sbuffa. “Comunque, se non hai voglia di fare una cosa dillo, no?”

Si ferma a pensare per un secondo, poi riprende. “A proposito, hai riparato la persiana?”

“A proposito di cosa?” Chiedo a me stesso. Tuttavia, conscio della mia indiscussa colpevolezza, rispondo altro. “A me sembra che vada benissimo, la alzo e la abbasso senza problemi”.

“Guarda che non va bene, spesso si blocca”.

“Macché, devi solo alzarla delicatamente e vedi che non si blocca”. Spero che la balla mi faccia evitare l’acceso confronto.

“E perché, allora, l’hai lasciata a mezz’altezza?”

Cazzo, ho lasciato una traccia! Allora è vero che non esiste l’omicidio perfetto. “Per non fare entrare gli insetti”. La mia furbizia da quattro denari cerca una via di fuga disperata. “Comunque, ora devo andare a vedere perché non va l’antenna”.

“Ok, io alzo la persiana, che tanto con la zanzariera chiusa non entrano gli insetti”.

“Aspe…” dico dal balcone, ma niente.

BATABAM!

Rimango chiuso fuori con la persiana crollata al suolo.

E con fuori intendo all’esterno e esposto alle peggiori intemperie, perché anche in estate il tempo se ti può inculare lo fa.

Un vento della madonna!
Un freddo cane! Ma non un cane qualsiasi, un segugio beato e vergine!

Peggio di così non potrà andare, diceva qualcuno prima che un fulmine avesse sfiorato la casa e fosse iniziata la pioggia.
Ma che dico pioggia? Il diluvio universale!
Chiamate Noè, fatemi portare un’arca!
Anche un salvagente andrebbe bene o un ombrello.
Il mio regno per qualcosa con cui coprirmi e non morire annegato!

“Calmati” penso. Sono un uomo, no? Gli uomini hanno sempre la soluzione migliore! Noi maschi siamo progettati per risolvere problemi.
“Amore, dammi una mano. Prendi la cinghia della persiana, io provo ad alzarla”.

“Ok, amore, ma fai attenzione alla schiena.” Mi dice il gufo ricciolo dall’altra parte.

“E che attenzione? Vuoi vedere che non riesco ad alzare una persiana? Io alzo 80 chili in panca!” le risponde il mio fisico pompato.

“Sì, ma non ti stava dando fastidio la schiena? Non parlavi di artrosi?” Il gufo s’è trasformato nell’antipatico grillo parlante.

“Dài! Non rompere! Ce la faccio. Tu pensa a tirare! Pronta?”

“Sì, ma…”

“Niente ma. Tu tira. Pronti, uuuno, duuue e treee!!!”

STRAP!
Cazz porc putt!
Lo strappo alla schiena!
Seguito dall’odioso compagno di viaggi “te l’avevo detto!”
Poi: “Ma ti sei fatto molto male?”

“No, che male, non ti preoccupare…” Oddio, ammazzatemi, non posso sopportare questo dolore!

Rumore di passi dall’altra parte. Si allontana senza dire niente. Poi la sento tornare.

“Tesoro, ho preso una scopa, ora la infilo sotto, faccio leva e alzo la persiana. Tu infilati”.

“Ok!” Ohi, ohi, ohi…

La persiana si alza di diverse decine di centimetri e io come un Rambo infortunato striscio nell’acqua per raggiungere la meta.

Sono dentro con già metà del mio corpo.

Mi sento ingiustificatamente in salvo, quando…
STRACK, si rompe la mazza della scopa e BAM! Nell’attimo in cui percepisco la rottura mi cade la persiana sulla schiena dolorante.
Il gufo grillo parlante riccioluto ha colpito!

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SMS dal letto: Ciao, mi è caduta una persiana sulla schiena, domani non posso essere in ufficio, mando il certificato medico appena riesco a muovermi.
SMS risposta: Ho parlato con il personale, dicono che lo devi mandare stamattina.
“mantieni la calma” SMS mio: Non riesco a muovermi, sono bloccato a letto. Sentito il medico, ha detto che devo stare 1 mese a casa, ho detto di farmi un cert. di 5 gg al max che ho pratiche urgenti da evadere.
SMS risposta: Mi spiace. Il personale ha detto così.
SMS risolutivo: Ok, allora per oggi prendo un giorno di ferie.
SMS risposta: Deve essere autorizzato e non so se posso autorizzarlo il giorno stesso.
SMS sarcastico: Hai provato a chiedere al personale?
SMS risposta: Ok, ho appena parlato con il personale e mi hanno detto che posso autorizzarle io.
Final SMS: Ok, grazie. Il medico è venuta qua, m’ha dato un mese di riposo totale, ci vediamo tra 30 gg SE TUTTO VA BENE. Ora ti mando il cert., non c’è bisogno di ferie.
Driiin! Driiin! Driiin!

Sarà il mio manager, Simpatia? No. Mi chiama il mio amore: “Amore, senti, volevo chiederti, visto che sei a casa, potresti vedere a che ora e dove sono aperti i Punti Blu? Mi sa che mi prenderò un giorno di ferie per fare questo servizio, che scocciatura che è!”

em.il.

L’impiegato e il gatto

Segue da: https://martinedentree.wordpress.com/2013/04/24/limpiegato-vs-platinette/

Mao, mao, maaaooo… chi è che rompe i coglioni?
Un gatto sulla mia porta?! Non gli hanno detto che io i gatti li odio?!?!?!
Proprio da me doveva venire… vuoi vedere che ha pure fame? Che dovrei fare ora? Mica sono una bestia?
Gli do un po’ della pizza che mi è avanzata ieri, che tanto non so che farmene.
Eccome se il bastardello ha fame!
Mi sento, però, un po’ in colpa (anche se nessun gatto merita il mio senso di colpa), non é che la pizza gli avrà fatto venir sete? Non posso mica fare danni e non rimediare?
Che faccio, gli metto un po’ di latte in una ciotola?
No, meglio di no, è grande, il latte non è adatto: gli metto un po’ d’acqua.

Stregatto

Ok, il mio l’ho fatto, ora posso mettermi a giocare a Playstation.
Lascio la porta la aperta, così passa un po’ d’aria, tanto sono in un residence di montagna: chi vuoi che mi rompa le palle?
Il gatto si affaccia alla soglia. “Che minchia vuoi? Già ti ho dato da mangiare!”
Rimane lì a fissarmi. “Io c’ho da fare, devo uccidere un botto di stregoni in queste caverne dove non si vede un cazzo (mai viste caverne peggiori di quelle di Skyrim). Evita di stare lì a fissarmi! Mi distrai! Fai quello che ti pare, ma assolutamente non mi distrarre!”
Con la coda dell’occhio, lo vedo entrare gatton gattoni… vabbé, tanto son solo e la casa è grande. “Puoi anche entrare, basta che non rompi niente”.
Con passo felino salta sulla sedia accanto a me.
Fin qui nulla di male, penso, come l’uomo buttatosi dal grattacielo e giunto al ventesimo piano.
Ciò che non doveva accadere accade. Dalla sedia mi salta sulle gambe, mentre sono in poltrona… e fortuna che il joy-pad è wireless!
Ahia! “Cazzo, gli artigli almeno tienili dentro, che mi fai male, gatto di merda! Io li schifo pure i gatti!” Sembra capire e si accuccia, mentre io gioco.
Stiamo un’altra mezzoretta così, io a giocare e lui a riposare sulle mie gambe. Ogni tanto, quando apre gli occhi, gli do un pezzettino di bresaola che sembra piacergli.

Non so quante ore siano passate. Mi alzo con le gambe irrigidite per mangiare e lui esce, dopo aver girato per tutta la casa, stanza di letto inclusa. Gli metto un po’ di cibo fuori la porta: non si sa mai gli venga fame, mica voglio tenerlo sulla coscienza?

Sembra tutto andato liscio stasera.

3:00 AM
Mi alzo e vado in bagno, la faccia mi prude come se un milione di zanzare mi avessero morso. Mi guardo allo specchio, ho il sangue iniettato di occhi, che sono due cose gonfie come una pancia piena di Coca Cola.
Sciacquata di faccia, antistaminici a gogò e scopa in mano, a pulire tutta casa.

Finito di pulire, passata pure l’Amuchina. Sono le quattro, circa.
Mi metto a letto, ma gli occhi non mi si chiudono, ho paura che mi venga un altro attacco.

9:00 AM
Vado dal tabaccaio per fare una ricarica della poste pay. Davanti a me due signore, che chiedono delle pile.
“Che tipo di pile?” chiede la tabaccaia.
“Quelle per la mia sveglia” risponde la signora, col tono di chi dice marca, modello e codice del prodotto univoco.
“Eh, ma le sveglie possono avere diverse batterie” spiega la tizia al banco.
“Sono le stesse che ho preso quando ho comprato la sveglia” replica l’altra, anche un po’ scocciata per il fatto che la tabaccaia non capisca. Aggiunge “le ho prese pure qua, l’altra volta”.
La tabaccaia spiega che non si ricorda neanche cosa ha mangiato il giorno prima per pranzo…
Le due parti si trovano in un’impasse e io devo andare a lavoro: sono già in ritardo! Mi rendo conto che per risolvere questa situazione ci vuole un barbatrucco. “Signora” intervengo “scusatemi, ma quando è grande la vostra sveglia?”
La signora mi mostra la dimensione con le mani. Io non ci faccio neanche caso, tanto la risposta l’avevo già pronta: “Allora, dovete prendere sicuramente le batterie alcaline AA, che poi se non vanno bene lo vedete appena aprite la sveglia. Fate vedere tutto a vostro figlio, che se non vanno bene le riportate e la signora ve le cambia, vero signora?”
“Sì, certo” fa la tabaccaia.
“Grazie mille, giuvinò”.
“Ma figuratevi”… basta che ti togli dai coglioni, tu e queste batterie di merda!
Metto i soldi per le vacanze sulla poste pay e vado in ufficio.

Simpatia vuole sapere cosa mi è successo e perché ho gli occhi gonfi. Io le dico che ho fatto entrare un gatto in casa e ho scoperto di essere allergico. Lei mi guarda come se le avessi detto “guarda, stavo costruendo una bomba atomica e tenevo il tritolo vicino ai fornelli”.
Che, poi, io i gatti li odio…

em.il.

L’impiegato vs. Platinette

Segue da: https://martinedentree.wordpress.com/2013/04/22/limpiegato-e-il-multiculturalismo/

La morte, la maligna signora di nero vestita chiamata anche lunedì mattina.

L’Italia ha vinto ieri, ma seguirla mi è costato due ore di sonno e, quando ti devi svegliare alle cinque, due ore son mica roba da poco!
L’Italia ha vinto, dicevo, ed io ho i decimi di febbre. É strano visto il tempo: magari sarà proprio colpa delle alte temperature fuori stagione?
L’Italia ha vinto, ed è la terza volta che lo dico, ma io devo lavorare lo stesso. Per questo sono qui, stamattina.

“Meno male che c’era il Trio Medusa a tenermi compagnia su radio Deejay, altrimenti non so se sarei arrivato: sai quanti bei burroni ci sono per strada?”

“Anche tu ascolti radio Deejay?” mi chiede il veterano. Poi, senza attendere risposta, aggiunge: “Anch’io. E’ l’unica radio che fa musica veramente decente. Poi il direttore è Linus, uno che fa musica da una vita e che ne capisce davvero, non come quel deficiente di Ringo”.

Il cervello mi fornisce un messaggio di errore con testo verde su sfondo nero: “TROPPI INPUT, BLOCCARE L’AGGRESSIONE INFORMATIVA”.

“Guarda, io sento solo la trasmissione del Trio” gli dico “non sono un aficionado. L’unica altra cosa che sento su Deejay è quella di Nikki”.

“Sì, certo, anch’io sento Tropical Pizza. Poi hanno tantissima gente in gamba, ad esempio c’è Platinette”.

Platinette? Il grassone populista che dice solo cose scontate? “Mah, a me Platinette mica piace”.

“Seeeehhhh, ti capisco. Anche a me ha dato la stessa impressione all’inizio, ma poi se lo ascolti vedi che è uno che ne capisce”. Mi dice con l’aria di chi ne sa.

“Ma guarda che io lo ascolto, quando lo sento (non troppo spesso per fortuna)”.

“Ma nooo, lo so! Da fastidio pure a me il fatto che si traveste e quella voce strana che fa. Però, se non pensi a queste cose, vedi che è uno preparato” cerca di farmi capire, come se stesse tentando di lavare la testa ad un mulo.
Platinette

“Eh, ho capito, ma io dico proprio che non sono quasi mai d’accordo con quello che dice”.

“Sì, ma perché ti fai prendere dall’aspetto. Anche a me ‘sti ricchioni e ‘sti travestiti danno fastidio, ma devi sentire quello che dice”.

“Ma a me non dà fastidio per come si concia! Solo non sono d’accordo con quello che dice”. Inizio a pensare che sia più facile far passare un coniglio per la tuba di un mago scarso, che fargli capire quello che sto dicendo.

“Seh, vabbè…” mi fa l’occhiolino “ti ho detto che ti capisco, anche a me dava fastidio all’inizio per come si conciava, però devi ascoltarlo bene prima di giudicare”.

“Ok, io vado a prendere un caffè”. Chiudo il dialogo fra sordi, ormai privo di speranza, scoraggiato, sconfortato, sconsolato e disperato.

Mi faccio aprire il cancelletto dalla guardia e vado al bar di fronte, convinto che ci vogliano al massimo un paio di minuti: di solito la folla si fa verso le nove, mentre ora sono ancora le otto e un quarto.

Appena entro mi rendo conto che mi sbagliavo: una decina di buzzurri in protesta perché non li facciamo lavorare mi precede. Solo per la fila ci vogliono dieci minuti, passati nell’ansia che qualcuno di questi mi riconosca o voglia fare questioni. Per fortuna gli indignados de noartri non sembrano ancora aver timbrato il cartellino della protesta, dunque non mi rompono le scatole.

Finiti i dieci minuti, arriva il turno di quello avanti a me, ci metterà un secondo, no?

No.

“Signora, com’è il cornetto integrale al miele?”

“E’ integrale, con il miele dentro” risponde la tizia incamiciata in nero e con lo sguardo torvo.

“Ah” fa, come se la risposta o la domanda avessero avuto un senso “e quello alla Nutella, ha proprio la Nutella dentro?”

“Sì”. La tizia è sempre più torva.

“Ho capito” dice l’aquila “allora io prendo una graffa e un latte macchiato, con poco caffè e senza zucchero. A proposito, avete il dolcificante?”

“Sì”. Sbuffa evidentemente.

“Ah, ma tanto io lo prendo con lo zucchero di canna”.

Per un attimo, un solo attimo, ci guardiamo negli occhi, io e la cassiera, e raggiungiamo quel momento di profonda intimità che consiste in un pensiero condiviso. L’attimo passa, io ordino e poi prendo il mio latte macchiato con relativo cornetto a cioccolata. Poi torno in ufficio, mentre l’aquila è alle prese con la barista, che gli ha messo troppo caffè.

Mi siedo.

Control, alt e canc + password sbloccano il PC e vedo il Communicator lampeggiare; Sfrucugliator mi scrive “Bene, bene… ho saputo che sei pure omofobo!”

em.il.

Continua qui:https://martinedentree.wordpress.com/2013/04/25/impiegatto/

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