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Brevi risposte o commenti o articoletti per opinioni o fatti letti o sentiti.

Perché non sono vegetariano

Perché non sono vegetariano – risposta alla lettera di un altrui studente.
(la lettera cui rispondo si trova qui: http://organicacademy.wordpress.com/2012/08/22/perche-sono-vegetariano-una-lettera-di-un-nostro-studente/

Non giudico le persone in base alle loro abitudini alimentari, a meno che queste non debbano far sorgere legittimi sospetti, siano ad esempio quelle del Dottor Hannibal Lecter o quelle dei Niam Niam. Non considero i vegetariani né i vegani una setta né una setta bizzarra, anche se molti di questi sembrano avere un atteggiamento settario. Se qualcuno vuole percorrere 30 Km, come lo studente di cui sopra, per prendere una “bistecca di seitan” sono scelte sue, scelte che ritengo poco consapevoli, ma comunque nell’ambito della corretta libertà di azione. Sarebbe, tuttavia, interessante sapere come lo studente percorre quei 30 Km e se ha valutato l’impatto, in termini di consumo delle risorse del pianeta, delle sue scelte.

FAME NEL MONDO – Francamente, non ho mai sentito una sola persona al mondo affermare che il problema della fame del mondo si possa risolvere con la sua adozione a distanza. Ammetto di non conoscere moltissima gente, anche se ne incontro un bel po’, ma leggo abbastanza e neanche tra ciò che leggo ho mai sentito tali affermazioni. Dunque, mi chiedo chi sia la molta gente che secondo lo studente penserebbe “di risolvere il problema della fame nel mondo con un’adozione a distanza, mandando 50 euro e restando felici a casa a cucinare bistecche”. Fin troppo spesso mi capita, in cambio, di leggere opinioni di chi, non essendo in grado di affrontare con la dovuta correttezza le tesi altrui, crea delle idee fantoccio, apponendogli la maschera dell’interlocutore con cui si sta confrontando.
Leggo che il 75% del “cibo animale” indiano viene esportato per nutrire esseri umani e animali (l’autore sembra dimenticare che anche l’essere umano è un animale) europei e statunitensi. Sarebbe, da un lato, necessario ricordare che viviamo in un mondo dove all’export corrisponde l’import, pertanto: quanto cibo animale importa l’India? Dall’altro, mi piacerebbe ricordare dei dati che l’autore sembra ignorare: ogni anno negli USA si butta via il 40% del cibo che giunge in tavola (1), in Italia il dato risulta essere pari al 30% (2) e gli europei sprecano tra case, supermercati, ristoranti e catena di approvvigionamento alimentare fino al 50% del cibo commestibile (3). Come si può ben vedere, semplicemente analizzando un altro aspetto sempre prettamente e direttamente legato alla situazione alimentare mondiale, dare la colpa della fame del mondo al consumo di carne è riduttivo e semplicistico.
Andando ad aggiungere a questo elemento l’attuale sovrappopolazione mondiale, il cui ritmo di crescita non sembra tendere a diminuire (nel 2050 l’India sarà la nazione più popolata del pianeta con 1,7 miliardi di persone, seguita dalla Cina con 1,4 miliardi [4]), e lo sfruttamento dei poveri delle nazioni povere, notiamo come il quadro sia ben più complesso del rapporto tra i Kg di cereali e i Kg di carne.
Poiché lo studente nomina Frances Moore Lappé, mi fa piacere fornire le parole dell’economista: «La mia convinzione risale agli anni Settanta. Avevo vent’anni, ho fatto ricerche nella biblioteca dell’università di Berkeley e ho tirato fuori tanti numeri che dimostravano che di cibo ce n’è più che in abbondanza. Poi ho cominciato a chiedermi dove fosse, invece, la democrazia che potrebbe rendere il cibo disponibile per tutti. […] Preferisco parlare di conflitto tra capitalismo e mercato. Nel Monopoli il gioco termina perché uno si prende tutto e questo accade nella realtà, perché il denaro produce denaro fino a quando si arriva alla concentrazioni immense di ricchezza nelle mani di pochi» (5). In pratica, il problema più che nel consumo di carne sarebbe nella mancanza di democrazia.
Interessante, terminando il paragrafo sulla fame nel mondo, che l’autore vegetariano, consideri le tonnellate di cibo vegetale destinato all’alimentazione di animali che non siano l’uomo come “cibo vegetale sprecato”.

L’ACQUA – A quanto pare, anche il consumo d’acqua sarebbe dovuto all’alimentazione animale, perché, posto che il 70% dell’acqua sarebbe utilizzato nell’agricoltura e i prodotti dell’agricoltura vengono utilizzati per nutrire anche gli animali d’allevamento, il consumo d’acqua è dovuto a chi si nutre di animali d’allevamento. Posti i dati già detti riguardanti lo spreco di cibo, di 425 litri/giorno di acqua potabile pro capite utilizzata negli Stati Uniti, solo due litri sono utilizzati per bere (6). Aggiungerei che la filiera dei cereali risulta una di quelle che consumano maggiore acqua e che il WWF sta conducendo diversi studi per abbattere il consumo di acqua nella catena agroalimentare, da un lato con effettive riduzioni di irrigazione e dall’altro attraverso un utilizzo più saggio dei fertilizzanti (7).

L’IMPATTO AMBIENTALE – Lo studente afferma che l’88% della foresta amazzonica disboscata sia stata disboscata per far posto ad allevamenti di bovini. Io ho dati diversi che dicono che: “oltre il 10% della foresta amazzonica, infatti, è già stato distrutto dal taglio illegale per il commercio di legname, dagli incendi dolosi e dai disboscamenti per far posto a grandi allevamenti, a centrali elettriche o, caso sempre più frequente, a coltivazioni finalizzate a produrre “agrocombustibili” (palma africana, mais, ecc..)” (8). Ovviamente, in basso troverete tutti i riferimenti delle mie fonti, cosa che sembra mancare al testo del vegetariano. Non mi soffermo sull’analisi delle deiezioni dei bovini e del loro impatto sull’effetto serra, altrimenti sarei costretto a chiedere se analisi similari sono state condotte per le deiezioni umane.

LA SALUTE – L’autore dice che il World Cancer Institute raccomanderebbe diete vegetariane. Vediamo un po’ cosa afferma l’American Cancer Society: “Limit intake of processed meats and red meats. Choose fish, poultry, or beans instead of beef, pork, and lamb. When you eat meat, choose lean cuts and eat smaller portions. Prepare meat by baking, broiling, or poaching, rather than by frying or charbroiling”. Guarda un po’, consiglia di limitare l’assunzione di carni rosse e processate, di scegliere pesce, pollame o fagioli in luogo di manzo, maiale e agnello e, se si mangia carne, di scegliere le parti magre e di mangiarne piccole porzioni, ma non si trova assolutamente il consiglio di eliminare l’assunzione di carne animale. Anche cercando sul sito del World Cancer Research Fund il legame tra cancro e carne viene visto quasi esclusivamente con riferimento alla “red and processed meat” (10).

Per concludere, una riduzione dello spreco alimentare e del consumo di carne, con particolare riferimento alla rossa e alle carni processate, pare che possa portare solo buoni risultati. Per fare ciò non è necessario diventare vegetariani né tantomeno vegani. Trasformare la realtà per il vantaggio delle proprie idee derivanti dall’ambito morale, ahimè, è una pessima abitudine, condivisa anche dalle sette e mi viene il dubbio che l’autore venga visto come appartenente a una bizzarra setta per abitudini di questo tipo più che per le sue scelte alimentari.

Il titolo del mio articolo, alla fin fine, ha ben poco a che fare con il contenuto dello stesso, se non perché il contenuto è una risposta a una lettera denominata “perché sono vegetariano”. Il perché io non sia vegetariano merita, evidentemente, altra trattazione. In cambio, se le ragioni per cui lo studente è vegetariano sono quelle incluse nella sua lettera, credo che dovrebbe tornare a riflettere sulle sue scelte di vita.

em.il.

(1) http://www.adnkronos.com/mobile/Sostenibilita/news/Negli-Usa-ogni-anno-il-40-dei-prodotti-alimentari-finisce-nella-spazzatura_3.1.3621552946.php
(2) http://www.adnkronos.com/IGN/News/Cronaca/Cibo-gli-italiani-buttano-37-miliardi-ogni-anno-Piu-spreconi-gli-americani_313621045928.html
(3) http://www.europarl.europa.eu/news/it/pressroom/content/20120118IPR35648/html/Il-Parlamento-chiede-misure-urgenti-per-dimezzare-lo-spreco-alimentare-nell’UE
(4) http://www.beppegrillo.it/2009/08/il_pianeta_senz.html?s=n2009-08-12
(5) http://messaggeroveneto.gelocal.it/cronaca/2011/01/28/news/frances-moore-lappe-il-cibo-c-e-quel-che-manca-e-la-democrazia-1.47691
(6) http://www.gebisistemi.it/upload/File/acqua_una_risorsa_da_preservare.pdf
(7) http://www.wwf.it/client/ricerca.aspx?root=30551&content=1
(8) http://www.ea.fvg.it/index.php?id=402
(9) http://www.cancer.org/Healthy/EatHealthyGetActive/ACSGuidelinesonNutritionPhysicalActivityforCancerPrevention/acs-guidelines-on-nutrition-and-physical-activity-for-cancer-prevention-healthy-diet
(10) http://www.wcrf.org/PDFs/Colorectal-cancer-CUP-report-2010.pdf

OMOSESSUALITA’ E OMOFOBIA

Guidato dal volere della bendata dea, mi ritrovai a vagar pei monti, giungendo dunque in un loco che i comun viventi definiscono residence. In cotal loco s’affacciò alla mia vista l’articolo di tal Veneziani (http://a5.sphotos.ak.fbcdn.net/hphotos-ak-ash3/524446_397381753642596_824009102_n.jpg), occhialuto ricciolone, a quanto pareva dalla misera riproduzione fotografica che l’articolo non disdegnava di proporre. L’internauta volontà mi volle lettore del nefasto pezzo che si introduceva con tutti i canoni dovuti al suo ambito, pubblicato sul Giornale, trattane i gay con titolo provocatorio e iniziante con fondamentali questioni concernenti l’italiana rete audio-televisiva.

Nella lettura l’articolo mi illuminò, con intuizioni simili a “i figli nascono da coppie etero”. Al che mi sarebbe piaciuto chiedere all’uomo cosa intendesse per coppie e se fosse aggiornato sulle recenti, ma non troppo, scoperte dell’umana tecnica. Poiché, se avesse inteso come “coppia” semplicemente “paio di persone” avrebbe fatto la scoperta dell’ardente liquido formato da due atomi di idrogeno e uno di ossigeno. Al contempo, se avesse conosciuto gli avanzamenti in ambito tecnico, si sarebbe reso conto che basta il liquido seminale, anche congelato, di un uomo, anche defunto, per far crescere un piccolo essere appartenente alla razza umana nell’utero di una femmina della medesima razza.

Detto ciò, l’homo di cui leggevo non aveva scoperto, ahinoi, l’anzidetto scottante fluido; se si fosse limitato a ciò sarebbe scorso tutto a modo. No, il Veneziani pretendeva di imporre alla coppia sessuale il significato di famiglia. Famiglia, in cambio, sussiste come termine ben diverso e non coperto dalla mera definizione “coppia etero”. Dunque, si consiglia al buon Veneziani la lettura prima e dopo la scrittura degli articoli del beneamato dizionario, strumento arcaico ma spesso utile. Utile tanto a lui, quanto al Giovanardi che a lama scoperta spontaneamente difende.

Or dunque, letto l’arcaico vocabolario, si potea passar agli orribili libri di filosofia e biologia, scoprendo con immensa maraviglia che non v’è alcuna fondatezza nell’affermare che “la specie si serve del nostro impulso d’amore e di sesso per riprodursi”. La specie non adusa strumento alcuno né ha astuzia e la mia miserrima mente non ricorda che (o, per meglio dire, non si augura che) Schopenhauer abbia affermato simili scempiaggini.

L’omosessualità è un gusto sessuale in uso da tempo arcaico, plausibilmente dalle origini dell’umana razza, nulla è cambiato se non il fatto che per un certo periodo, a causa di determinati vincoli sociali trasformati in “valori” è stato visto come un male e ciò nel tempo ha portato molti omosessuali a nascondersi. Oggi, la società si sta trasformando e non impone più di occultare determinati gusti.

L’omosessualità, oggi come oggi, non limiterebbe neanche il numero di nascite, poiché basterebbe che gli omosessuali donassero il proprio sperma, ma questo è un altro discorso. L’umana specie, e non credo sia un bene, non sta affatto riducendo il suo numero, nonostante la presenza degli omosessuali, lo sta in cambio aumentando a discapito del numero di risorse pro-capite. Dunque, se il numero di omosessuali fosse indirettamente proporzionale al numero di figli la cosa non sarebbe che un bene, in termini di vita umana.

Se la preoccupazione del Veneziani è l’estinzione, non si preoccupi, alla prosecuzione della specie penseranno le madri degli stupidi, che nonostante gli omosessuali risultano sempre incinte.

em.il.

Ipazia tra mito e realtà

E’ ormai nozione diffusa tra molte persone, molte delle quali ci credono con assoluta certezza, che Ipazia, filosofa, matematica nata ad Alessandria d’Egitto 15 secoli fa, sia stata ucciso su ordine di un vescovo cristiano di nome Cirillo.

Ho tentato di informarmi un po’ sull’argomento, per verificare quanto fossero fondate queste affermazioni e da quanto ho trovato c’è ben poco che giustifica una tale certezza nell’attribuire la colpevolezza al vescovo fatto poi santo.

Partendo dalle prime fonti, fu il filosofo pagano Damascio ad accusare Cirillo di aver tramato l’uccisione di Ipazia e questo accadde una novantina di anni dopo la morte della donna.

La prima e forse unica reale fonte storica sull’argomento è Socrate Scolastico; anch’egli richiama il nome di Cirillo, ma non lo fa attribuendogli responsabilità particolari riguardanti l’uccisione, a meno che non si consideri l’oltraggio un grave crimine. In cambio, questo storico chiarisce come il fatto, causato anche dall’astio nato dall’attrito tra il prefetto Oreste e il vescovo Cirillo, abbia provocato danni alla parte rappresentata da quest’ultimo.
Dai dati deducibili da Socrate Scolastico, sembra si possa affermare solo che Ipazia sia stata uccisa da un gruppo di cristiani dall’animo surriscaldato, convinti fosse lei a non permettere che Oreste si riconciliasse con il vescovo: sembra che la filosofa sia stata coinvolta in una strana trama politica (come testimoniato nella Historia Ecclesiastica) e, it is known, when you play the game of thrones, you win or you die, there is no middle ground.

Nei testi che trattano l’argomento (tra cui quello della Ronchey), si trovano altri “teste” considerati fonti storiche, faccio un breve sunto al riguardo:
a. Alcuni richiamano Denis Diderot (1713 – 1784), François-Marie Arouet più noto con lo pseudonimo di Voltaire (1694 –1778), Edward Gibbon (1737 – 1794) e Bertrand Arthur William Russell (1872 – 1970). Ho riportato le loro date di nascita per far comprendere come questi al massimo possano avere riportato opinioni o riferimenti a fonti, ma non possano essere loro stessi delle fonti, poiché Hypatia è nata intorno al 355 e morta nel 415.
b. Altra fonte richiamata è Giovanni di Nikiu, ma il passo delle sue Cronache è piuttosto tardivo (VII secolo) e le sue parole (oltre a sembrare un parziale plagio di quelle di Socrate) non accusano in maniera diretta Cirillo, ma lasciano aperta la strada a diverse interpretazioni (i.e. che dalla sua lotta abbiano preso spunto quegli infervorati che la uccisero o che le persone pensavano che fosse coinvolto semplicemente per l’astio politico che c’era tra i due personaggi, come confermato dall’analisi dell’Avvenire del 15 giugno 2010): “And, in those days, there appeared in Alexandria a female philosopher, a pagan named Hypatia, and she was devoted at all times to magic, astrolabes, and instruments of music, and she beguiled many people through Satanic wiles […] A multitude of believers in God arose under the guidance of Peter the Magistrate […] and they proceeded to seek for the pagan woman who had beguiled the people of the city and the Prefect through her enchantments. And when they learnt the place where she was, they proceeded to her and found her […] they dragged her along till they brought her to the great church, named Caesareum. Now this was in the days of the fast. And they tore off her clothing and dragged her […] through the streets of the city till she died. And they carried her to a place named Cinaron, and they burned her body with fire. And all the people surrounded the patriarch Cyril and named him ‘the new Theophilus’; for he had destroyed the last remains of idolatry in the city.” http://www.ccel.org/ccel/pearse/morefathers/files/nikiu2_chronicle.htm
c. Filostorgio: la “Storia ecclesiastica” di Filostorgio è andata perduta, ciò che ci è pervenuto riguardante l’autore deriva dal patriarca ortodosso Fozio, che ci dice “[Filostorgio] a questo punto dice che, al tempo del regno di Teodosio II, quella donna fu fatta a pezzi dai sostenitori della consustanzialità (od omousia)”. E’ evidente che l’autore si riferisse a tutti cristiani che si contrapponevano agli ariani (tra l’altro, questi ultimi negavano la natura divina del Cristo e Filostorgio era un ariano). In pratica, sembra supportare l’idea del gruppo di cristiani dall’animo surriscaldato. http://www.ccel.org/ccel/pearse/morefathers/files/philostorgius.htm
d. Sinesio (di Cirene) viene spesso richiamato, ma non risulta alcun testo di Sinesio che accusi Cirillo, ecco le sue lettere (le ho trovate in inglese, se non siete padroni della lingua saltate pure a piè pari):
Lettera 33 del 394 (incompleta) – Letter 33: In Praise of Alexander – To the Philosopher [Hypatia] – I seemed destined to play the part of an echo. Whatever sounds I catch, these I repeat. I now pass on to you the praises of the marvellous Alexander…[1] Note 1: Perhaps a relative of Synesius.
Lettera 124 del 401 ca. – Letter 124: A City in Wartime – To the Philosopher [Hypatia] – Even though “there shall be utter forgetfulness of the dead in Hades, even there shall I remember thee,”[1] my dear Hypatia. I am encompassed by the sufferings of my city, and disgusted with her, for I daily see the enemy forces, and men slaughtered like victims on an altar. I am breathing an air tainted by the decay of dead bodies. I am waiting to undergo myself the same lot that has befallen so many others, for how can one keep any hope, when the sky is obscured by the shadow of birds of prey? Yet even under these conditions I love the country. Why then do I suffer? Because I am a Libyan, because I was born here, and it is here that I see the honored tombs of my ancestors. On your account alone I think I should be capable of overlooking my city, and changing my abode, if ever I had the chance of doing so. Note 1: Homer, Iliad, 22.389.
Lettera 15 del 402 – Letter 15: A hydrometer – To the Philosopher [Hypatia] – I am in such evil fortune that I need a hydroscope. See that one is cast in brass for me and put together. The instrument in question is a cylindrical tube, which has the shape of a flute and is about the same size. It has notches in a perpendicular line, by means of which we are able to test the weight of the waters. A cone forms a lid at one of the extremities, closely fitted to the tube. The cone and the tube have one base only. This is called the baryllium. Whenever you place the tube in water, it remains erect. You can then count the notches at your ease, and in this way ascertain the weight of the water.
Lettera 81 del 413 – Letter 81: Death of Synesius’ Son; a Recommendation – To the Philosopher [Hypatia] – Even if Fortune is unable to take everything away from me, at least she wants to take away everything that she can, she who has “bereft me of many excellent sons”.[1] But she can never take away from me the choice of the best, and the power to come to the help of the oppressed, for never may she prevail to change my heart! I abhor iniquity: for one may, and I would fain prevent it, but this also is one of those things which were taken from me; this went even before my children. “Aforetime the Milesians were men of might”.[2] There was a time when I , too, was of some use to my friends. You yourself called me the providence of others. All respect which was accorded to me by the mighty of this earth, I employed solely to help others. The great were merely my instruments. But now, alas, I am deserted and abandoned by all, unless you have some power to help. I account you as the only good thing that remains inviolate, along with virtue. You always have power (NdLud: qui tra l’altro sembra confermare l’idea del coinvolgimento della donna nelle cose politiche, “you always have power”), and long may you have it and make good use of that power. I recommend to your care Nicaeus and Philolaus, two excellent young men united by the bond of relationship. In order that they may come again into possession of their own property, try to get support for them from all your friends, whether private individuals or magistrates. Note 1: Homer, Iliad, 22.44. Note 2: Aristophanes, Plutus, 1002.
Lettera 10 del 413 – Letter 10: Losing contact with the outer world – To the Philosopher [Hypatia] – I salute you, and I beg of you to salute your most happy comrades for me, august Mistress. I have long been reproaching you that I am not deemed worthy of a letter, but now I know that I am despised by all of you for no wrongdoing on my part, but because I am unfortunate in many things, in as many as a man can be. If I could only have had letters from you and learnt how you were all faring -I am sure you are happy and enjoying good fortune- I should have been relieved, in that case, of half of my own trouble, in rejoicing at your happiness. But now your silence has been added to the sum of my sorrows. I have lost my children, my friends, and the goodwill of everyone. The greatest loss of all, however, is the absence of your divine spirit. I had hoped that this would always remain to me, to conquer both the caprices of fortune and the evil turns of fate.
Lettera 16 del 413 – Letter 16: A farewell – To the Philosopher [Hypatia] – I am dictating this letter to you from my bed, but may you receive it in good health, mother, sister, teacher, and withal benefactress, and whatsoever is honoured in name and deed. For me bodily weakness has followed in the wake of mental sufferings. The remembrance of my departed children is consuming my forces, little by little. Only so long should Synesius have lived as he was still without experience of the evils of life. It is as if a torrent long pent up had bust upon me in full volume, and as if the sweetness of life had vanished. May I either cease to live, or cease to think of the tomb of my sons! But may you preserve your health and give my salutations to your happy comrades in turn, beginning with father Theotecnus and brother Athanasius, and so to all! And if any one has been added to these, so long as he is dear to you, I must owe him gratitude because he is dear to you, and to that man give my greetings as to my own dearest friend. If any of my affairs interests you, you do well, and if any of them does not so interest you, neither does it me.
Tutte le lettere di cui sopra sono reperibili sul sito specializzato http://www.livius.org
e. Malalas. Qui il discorso si fa un po’ più complicato, la sua opera si concentra sul meraviglioso e sul fantastico relativo a “fatti curiosi”; la stessa è ricca di errori grossolani e, dunque, poco credibile (almeno secondo il giudizio degli storici, vedi Ioannis Malalae Chronographia, Corpus fontium historiae Byzantinae di Johannes Thurn).
f. Esichio di Mileto. Ciò che questi scrisse nel suo Onomatologo fu: “Ipazia, […] Fu fatta a pezzi dagli alessandrini, e il suo corpo, oltraggiato, fu disperso per tutta la città. Questo a causa dell’invidia e della sua eccezionale sapienza, specialmente circa l’astronomia. Secondo alcuni [fu uccisa per responsabilità] di Cirillo, secondo altri per la continua agitazione e ribellione degli alessandrini: fecero questo anche per molti vescovi, si veda Giorgio e Proterio”. http://www.archive.org/stream/hesychiimilesii05flacgoog#page/n303/mode/1up
Per concludere, sembra che gli storici (quelli che si sono attenuti alle fonti storiche) non affermino il collegamento diretto tra Cirillo e gli assassini di Ipazia, ecco alcuni esempi:
1. Paolo Chiesa, Cirillo di Alessandria, in Il grande libro dei santi, vol. 1, Edizioni San Paolo 1998, p. 439: “Ipazia […] brutalmente uccisa nel corso di una sommossa provocata da elementi esaltati del clero minore”;
2. Kenneth G. Holum, Theodosian Empresses: Women and Imperial Dominion in Late Antiquity, 1982, p. 99, online: “Nel marzo del 415 altri [nota: intesi come distinti dai monaci dell’attentato ad Oreste] fanatici guidati da un chierico minore uccisero Ipazia”;
3. Karl Bihlmeyer, Hermann Tuechle, Storia della Chiesa, vol. 1, Morcelliana, 1960, p. 260: assassinio crudele di Ipazia “da parte della plebaglia cristiana di Alessandria”;
4. Wessel, Susan. Cyril of Alexandria and the Nestorian Controversy:The Making of a Saint and a Heretic, Oxford, 2004, p. 56-7: “I parabalani non furono mai ufficialmente coinvolti nel più grande ‘atto di terrore’ di quel tempo, l’omicidio di Ipazia […]. Possiamo plausibilmente concludere che l’omicidio di Ipazia debba essere attribuito a una banda di cristiani farabutti che non erano parabalani”;
5. Deakin, M.A.B. (1994:235): uccisa da “una folla di zeloti cristiani guidata dal lettore Pietro”;
Ed ecco esempi di storici cristiani che negano tale collegamento:
“[…] Su implacable lucha contra los últimos restos del paganismo fue, con toda probabilidad, la causa de que le acusaran, como insinúa Sócrates (Hist. eccl. 7,15), de haber sido responsable de la muerte de la famosa filósofa Hypatia, cruelmente despedazada, en marzo del 415, en la escalinata de una iglesia por una chusma de cristianos. Pero no parece que existen pruebas de que él tuviera parte en tan horrendo crimen […]”. Patrología II – La edad de oro de la literatura patrística griega. Prof. Johannes Quasten, B.A.C. Madrid 1962.
“[…] Damascius, indeed, accuses him, but he is a late authority and a hater of Christians. […]” JOHN CHAPMAN, St. Cyril of Alexandria, Catholic Encyclopedia
Un paio di articoli recenti al riguardo:
“[…]Ma se si esaminano i fatti storici reali, basandoci unicamente sui documenti, si conclude che non vi è nessuna prova di questa affermazione [nota: si parla dell’assassionio di Ipazia attribuito a Cirillo]. La morte di Ipazia si colloca nel quadro di un’età e di una zona in cui la confusione e le turbolenze sono al massimo grado e investono tanto l’autorità civile quanto la comunità cristiana. […]” 7 maggio 2010 Il Sussidiario

Fai clic per accedere a morani.pdf


“[…] Socrate non incolpa direttamente Cirillo dell’assassinio: egli dice solo che, poiché Ipazia aveva frequenti incontri con Oreste, si sparse «tra il popolo della Chiesa» la «voce calunniosa» che fosse lei ad impedire che il prefetto si riconciliasse con il vescovo. […]” «Avvenire» del 15 giugno 2010
http://terzotriennio.blogspot.it/2010/06/ma-non-e-detto-che-ipazia-fu-uccisa-dai.html

La storia e la vita sono piene di fatti e dubbi di cui non verremo mai a capo.

In conclusione, il problema e la ragione di questo articolo, come anticipato in incipit, è che molti hanno visto un film e letto un libro e credono di essere diventati degli esperti circa un argomento. Un po’ come se io pretendessi di conoscere la storia della teoria dei giochi perché ho visto A beautiful mind. Per questo motivo, ho raccolto (in occasione di un confronto con uno dei personaggi anzidetti) le informazioni di cui sopra e le ho volute condividere, sperando che le certezze infondate possano vacillare un po’. Nient’altro, non pretendo di avere un dato sicuro (anzi), ma solo di dire che chi pretende di avere sicurezza ha fonti che io ignoro oppure sta facendo affermazioni prive di un adeguato fondamento.

em.il.

… E L’UOMO CREO’ DIO A PROPRIA IMMAGINE E SOMIGLIANZA

[…] I mortali si immaginano che gli dei sian nati e che abbian vesti, voce e figura come loro. Ma se i bovi e i cavalli e i leoni avessero le mani, o potessero disegnare con le mani, e far opere come quelle degli uomini, simili ai cavalli il cavallo raffigurerebbe gli dei, e simili ai bovi il bove, e farebbero loro dei corpi come quelli che ha ciascuno di loro. Gli Etiopi dicono che i loro dèi hanno il naso camuso e son neri, i Traci che hanno gli occhi azzurri e i capelli rossi.
dalle Elegie di Senofane

Quanti sono pronti a sorridere dell’usanza pagana di immaginare le divinità come uomini, con l’aspetto, i pregi ed i difetti appartenenti all’umana specie? Gelosi, coraggiosi o perplessi che fossero, questi déi sono piombati nel mito, in quelle fantastiche narrazioni che molti confondono con favole e che favole assolutamente non sono.
Per quale motivo è semplice e scontato mettere in discussione questa personalizzazione del divino, tanto che in molti casi non è neanche necessario renderla esplicita? Perché quasi nessuno oggi penserebbe mai di credere a tali “fantasie”?
Probabilmente perché, attraverso l’utilizzo dell’immagine e, in parte, del carattere difettoso, risulta chiaro che le divinità umanamente rappresentate non possono che essere state create dagli uomini in base alla loro conoscenza del reale; in sintesi, gli uomini crearono gli déi a loro immagine e somiglianza. Risulta, così, apparente l’idolatria di un uomo che, attraverso la religione, si convince di adorare una divinità, mentre sta adorando la sua stessa natura.

E’, verosimilmente, da questa scontata evidenza che parte la critica del greco Senofane ad un antropomorfismo, che, tuttavia, è solo apparentemente rozzo e grossolano.
Senza voler indagare la differenza tra divinità del popolo e divinità delle élite intellettuali, ricerca da cui potrebbero sorgere interessanti dubbi sulle convinzioni diffuse circa il credo ellenico, sarei lieto se si potesse approfondire il discorso riguardante l’antropomorfismo e se una domanda, in particolare, si diffondesse: è sufficiente la rimozione della figura, ovvero della rappresentazione della divinità attraverso immagini, perché si possa evitare la personalizzazione del divino?
La risposta non dovrebbe che poter essere altro che, razionalmente, negativa. La rimozione della figura dovrebbe essere solo uno degli elementi necessari, ma non è affatto l’elemento sufficiente per essere certi del non antropomorfismo. In parole povere, anche non attribuendo una figura umana alla divinità possiamo attribuirgli caratteristiche umane.

L’amore è un concetto e un sentimento umano.
La bontà e la misericordia sono predicati i cui significati sono stati codificati, per quanto ne sappiamo, dalla specie umana. Non esiste in natura un oggetto che sia buono e misericordioso per sé.
La giustizia non è una qualità osservabile, oggettivamente, in natura. E’ una valutazione soggettiva dell’uomo, rendibile meno soggettiva solo attraverso la condivisione tra più uomini.

Posto ciò, anche la divinità non raffigurata ma descritta con significanti umani è antropomorfa, l’uomo bianco non immagina più una divinità bianca, o, almeno, non lo fa più in teoria, perché in pratica in molti sono ancora legati al Vecchio Canuto e Barbuto; eppure, dovendo rappresentare la sua divinità, la crea buona, amorevole e giusta, perché egli individua la bontà, l’amore e la giustizia come qualcosa di positivo. Si crea la miglior divinità per quanto l’umana mente possa immaginarla, dandole caratteristiche limitate a ciò che la stessa immaginazione umana può concepire.

L’unico reale ulteriore sforzo che compiono le religioni monoteiste diffuse, rispetto ai culti criticati da Senofane, è quello di operare una sottrazione ulteriore, la sottrazione di alcuni limiti peculiari: prendono l’amore e lo aggettivano come infinito, afferrano la misericordia e la rendono illimitata, si appropriano della capacità di fare qualcosa, della potenza, facendola divenire capacità di fare tutto, ovvero onnipotenza. Facendo ciò, non si rendono conto di giungere a proporre contraddizioni in termini come risulta essere la parola onnipotenza.

L’antitesi tra genere umano e genere divino passa dalla differenziazione dovuta all’immortalità, ottenuta attraverso la rimozione del limite temporale della vita, alla differenziazione dovuta alla rimozione di altri limiti, siano essi legati al potere, alla conoscenza o all’amore. Tale antitesi, tuttavia, non si realizza tra due soggetti reali, ma tra uno esistente e un altro immaginato. Il secondo, quello immaginato, risulta essere la bella copia del primo, liberata dai difetti che questi riconosce in sé stesso.

Pare che nella maggioranza dei casi, tuttavia, non basti una figura da porre nell’alto dei cieli per avere un credo sufficientemente forte. Le persone, soprattutto nel nostro occidente, sembrano necessitare di un volto a cui rivolgersi.
In parte, la forza del cristianesimo pare essere proprio questa: si fornisce alla gente un volto di Dio e tale volto appartiene ad un mito, ad una persona disposta a giungere al sacrificio estremo per difendere i propri ideali. Il viso antropomorfo, tuttavia, è anche il motivo per cui alcuni, pur senza rinnegare il valore previamente assegnato alla componente meramente umana del Cristo, si allontanano dal credo fermo e dogmatico del cattolicesimo. Tali persone avvertono la forzatura presente nella trinità; il Dio “umanizzato” in Cristo, difatti, a livello logico non è credibile più di quanto lo fosse Zeus “cuculizzato” o lo sia stato l’incarnazione di un grande avatar in Sai Baba. Ovviamente, l’impatto morale odierno in occidente delle tre “storie” è diverso, eppure questa differenza morale non dovrebbe avere ripercussioni sulla similare credibilità delle metamorfosi di cui si parla.
Purtroppo, assegnando la qualità divina ad un uomo, si precipita ancora di più nel vizio dell’antropomorfismo; pare che si torni a piè pari nei tempi per niente andati, quelli in cui il divino doveva essere parte del quotidiano, spiegazione per l’altrimenti spiegabile e conforto decidente da sostituire a leggi impersonali, nei momenti in cui il punto di controllo della vita era necessariamente esterno alle nostre scelte ed azioni.

L’unico modo per non ridurre il divino, per non ingabbiarlo direttamente o indirettamente tramite l’umana natura sarebbe caratterizzarlo in maniera esclusivamente negativa, evitando altresì di forzarlo ad inglobare una volontà, anch’essa caratteristica propria della mente umana.
Eppure, che senso avrebbe un soggetto privo di predicati? Un oggetto privo di qualità è un oggetto non immaginabile, effettivamente non esistente nella mente, se non a livello negativo.

Pare di essere giunti ad un dilemma in cui ci viene imposto di scegliere, qualora volessimo credere, tra una divinità limitata ed una priva di caratteristiche immaginabili. Con riferimento alla prima, l’essere umano, dovendo immaginare un Dio in un certo modo, non potrà che rifarsi ai suoi semplici e banali schemi di pensiero, descrivendo, in questo modo, la sua divinità come altrettanto semplice e banale: si potrebbe, in tal modo, giungere ad affermare che la prima regola voluta da un essere in grado di creare l’intero universo sarebbe stata qualcosa del tipo “non avrai altro Dio all’infuori di me”. Con riferimento alla seconda, si passa rapidamente dal credo al “non credo”.

em.il.

Sono ateo?

Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: «Elì, Elì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?».
dal vangelo secondo Matteo (Mt 27, 46)

Sono ateo?
Non credo all’inesistenza di Dio, ovvero non ho la fondata certezza della sua non esistenza.
Tuttavia, non credo alla sua esistenza, in quanto non ho alcuna prova che ritengo plausibile a supporto della stessa.

Non sono agnostico, poiché non mi pongo in una posizione di dubbio sulla sua esistenza; quando mi si chiede se credo all’esistenza di Dio, la mia risposta non può che essere: No.

Dunque, sono evidentemente un ateo, sebbene o proprio perché l’inesistenza delle divinità assortite non sia per me una verità indiscussa e indiscutibile. Difatti, resto decisamente aperto a ragioni o fatti che supportino la veridicità dell’esistenza divina. In effetti, devo essere ateo semplicemente perché tutte le motivazioni che dovrebbero confermare la plausibilità dell’esistenza divina, analizzate fino ad oggi, mi fanno ritenere l’ipotesi infondata o superflua.

In molti casi, diffusi nel nostro occidente, la divinità appare come una mera eredità scomoda, lasciata dai nostri antenati: un’ipotesi di un ente supremo particolarmente antropomorfo, che si pone al di qua del limite di demarcazione che dovrebbe separare la scienza dalla metafisica. Il mio pensiero va ai tanti che credono in un dio che, sebbene non lanci fulmini, di volta in volta lancia segnali attraverso strani e dolorosi segni sul corpo della gente, interviene costantemente nelle vicende dei singoli individui, o provoca cataclismi naturali perché qualcuno pare non adorarla sufficientemente bene.
Verso questo grossolano concetto divino non posso che porre, sulla mia scala dell’attendibilità, la sua non esistenza ad un grado di verità talmente alto da non ritenere necessario il ricordare che sto parlando di una verità da inserire all’interno di una scala.
Non trovo la posizione di chi ci crede molto diversa da quella di chi crede che porti sfortuna un gatto nero che ti attraversa la strada o che, al contrario, toccare la schiena di un gobbo sia benaugurante.

Superando a piè pari le divinità/superstizioni, esistono altri tipi divini, molto più interessanti, che, tuttavia, risultano essere un’ipotesi semplicemente superflua. Si noti, ad esempio, come relazionandosi con la più famosa espressione concernente la divinità di natura panteista, la confutazione logica possa apparire piuttosto banale: se Dio è la natura, perché non limitarsi a definirla semplicemente natura eliminando il termine “Dio” che porta con sé uno strascico di significati improduttivi e fuori contesto?
Il panteismo, in effetti, sembra una sorta di corridoio sufficientemente affollato che porta dal teismo al bivio agnosticismo-ateismo. Questa visione pare effettuare una semplice ridefinizione del termine “Dio”, ancor di più se si elimina il carattere senziente dell’ente e ogni aspetto finalistico dell’esistenza.

Se la divinità panteista risulta, dunque, una ridefinizione priva di utilità, in quanto anziché chiarire un determinato termine pare intorbidirne diversi, esistono altri concetti divini molto fumosi, che trovano, spesso, le proprie fondamenta su di un errore ordinario: coloro che ci credono, nella maggior parte dei casi, paragonano l’universo ad un libro, ad una biblioteca o ad un programma e concludono che deve esistere un nume scrittore, bibliotecario o programmatore. Eppure, da un’ipotetica affermazione “Maria è leggera come una farfalla” non ci si sognerebbe mai di trarre la conclusione “Maria con un paio di ali volerebbe”. Questo perché similitudini e metafore sono magnifici strumenti dialettici e didattici, ma risultano essere mezzi scomodi da utilizzare nell’ambito di analisi che dovrebbero riguardare la logica. Per questo quegli incantevoli veicoli retorici portano frequentemente, come nei casi indicati, a conclusioni fuorvianti.
Il DNA non è un programma nel senso classico del termine, i pianeti non sono libri sugli scaffali dell’universo e la vita non è un testo da battere a macchina.

Posto che tutti si sia d’accordo sul fatto che sebbene Maria sia leggere come una farfalla, Maria non è una farfalla, si può passare ai credenti che, con coerenza, pongono la propria divinità, in tutto o in parte, nell’ambito del non attualmente dimostrabile, dell’attualmente metafisico. Eppure, queste divinità completamente o parzialmente metafisiche, nel momento in cui non rientrano nell’ambito delle credenze per fede del soggetto, hanno il medesimo valore di qualunque altra ipotesi, che si trovi al medesimo livello logico. Coloro che dicono di crederci, sovente, partono dall’affermazione che la natura risulterebbe assolutamente inspiegabile senza una divinità alle sue spalle. Costoro, francamente, paiono spiegare cose non ancora comprensibili, tirando in ballo una causa assolutamente imperscrutabile.
Allo stesso modo, partendo dal presupposto che causa ed effetto non paiono poter essere logicamente infinite, alcuni si appellano ad una causa infinita: cosa cambia, esattamente, tra una catena infinita di causa ed effetto e una causa senza fine?

Ciò detto, sarebbe spiacevole concludere questo discorso con la brevissima analisi di qualche punto di vista. Rimane, infatti, una domanda rilevante: considerato che è palese che non ci sia un argomento conclusivo circa l’inesistenza divina, posso considerarmi ateo sia a livello filosofico che pratico?
La mia personalissima risposta è sì; circa le domande per le quali non ho risposta affidabile sulla base dei miei canoni, non mi pongo in una posizione di credenza, poiché ritengo sia perfettamente inutile credere in qualcosa al riguardo. Circa le domande per le quali ho una risposta che ritengo credibile, non ho elementi per asserire di credere all’esistenza divina, al contrario ho diversi fattori che mi portano a ritenere non plausibili la gran parte dei particolari di molteplici divinità.

Pertanto, sebbene la definizione “ateo” sia un’etichettatura pensata da chi vedeva un mondo in bianco e nero e, nonostante mi renda conto del fantastico ordine universale, mi sento di poter dire che non credo all’esistenza di Dio, qualunque sia il suo nome; per questo sono innocentemente ateo, pur rimanendo ansioso di conoscere la divinità che non ho ancora incontrato o compreso.

E’ ovvio che, se il concetto di divino fosse socialmente e culturalmente morto, io non avrei alcuna necessità di chiarire che non credo in Dio e di spiegare il mio ateismo, poiché la mia posizione sarebbe scontata, implicita ad un eventuale silenzio circa le mie idee.
Tuttavia, ad oggi, divinità arcaiche sono particolarmente diffuse ed è per questo che sento la necessità di ribadire che non sono ateo perché il mio cuore è chiuso e insensibile o perché sono una persona malvagia; sono ateo perché con onestà intellettuale osservo il mondo con lo scrupolo che mi è possibile e non posso affermare di credere che esista un Dio.

em.il.

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