Dormire, morire, forse sognare

Aprii la porta del bar e l’aroma di caffè mi avvolse insieme al vapore.

Ho sempre amato quell’aroma, molto più del caffè vero e proprio.

Di fronte al locale c’era un panificio, che al mattino sfornava brioche calde. Adoravo andare lì a prendere una brioche vuota per portarmela da don Peppe e lui tollerava questa mia piccola scorrettezza.

 

“Buongiorno don Peppe, quattro caffè normali e uno decaffeinato”. Presto! pensai, con la mente che tornava a quelle gambe accavallate.

L’anziano barista mi guardò aggrottando la fronte e dopo un cordiale “’giorno” mi chiese: “Giulio e pecché non ha chiamato la signorina?”

“In che senso, don Peppe?”

“Come in che senso? Di solito la signorina chiama e se lo fa portare, eh Gennarì?”

“Eh don Pé, ma Giulio adda turnà a faticà”. Ringraziai mentalmente il ragazzo, che incurante dei discorsi del vecchio già mi preparava i caffè.

“Vabbuò” intervenni sperando di tagliare i tempi “mi sono fatto due passi a piedi. Fanno sempre bene, no, don Peppe?”

“E’ vero, voi giovani state sempre seduti” disse con la sua voce rauca  “senza fa nù cazz” e qui ci fu la pausa teatrale del personaggio. Inspirò rumorosamente, entrò meglio nella parte e partì a parlare della sua famiglia: “Mio nipote” pausa “che può avere” pausa “tredici anni? Invece di scendere, stare un po’ in mezzo alla via a giocare a pallone, sta sempre a casa davanti al computér. Mò gli hanno regalato pure la pé stesciòn e…”

“Don Pé, i caffè sono pronti”. Grandissimo Gennarino e la sua abitudine di interromperlo!

“Eh?” chiese il vecchio.

“I caffè, don Pé. Giulio adda turnà a faticà. E’ vero Giulio?”

“Eh sì” quasi esultai, sebbene mostrassi un fare rammaricato per non far dispiacere il barista.

“Vabbuò, vabbuò, vabbuò” il suo famigerato triplo Va Buono “e se i caffè sono pronti si devono portare, che sennò si fanno freddi e non sia mai! Sono per il dottore, vero?”

“Sì”.

“Io il dottore me lo ricordo quando era bambino, aveva l’età di mio nipote, ma che ci teneva! Non come questi ragazzi di oggi…”

“Don Pé, Giulio se n’adda je” disse Gennarino, poi si rivolse a me “Ve li porto io?”

“No, grazie, ci penso io” e presi la bottiglina coi quattro caffè ed il bicchierino del decaffeinato, separato.

[…]

Piccolo estratto dal libro “Dormire, morire, forse sognare”:

http://www.amazon.it/Dormire-morire-sognare-Emilio-Ilardo-ebook/dp/B00OX6O1UC/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1414421070&sr=8-1&keywords=dormire+morire+forse+sognare

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Pubblicato il 27 ottobre 2014 su Senza categoria. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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