C’era una volta, nell’ufficio di molto, molto lontano…

C’era una volta, nell’ufficio di molto, molto lontano…

… un bastardo di nome Gianni. Ho sempre sospettato che la sua natura di bastardo fosse dovuta al conflitto interiore di chi porta con sé un cognome come Marcantonio ed è alto un metro e cinquanta.

Ora, cambiamo la scena e immaginate me e Buddy in macchina, con la neve alta.

“Vai piano”, gli facevo, ma il Tommy Makkinen dei poveri andava.
“Vai piano” gli ripetevo, ma lo spirito del miglior Senna si era impadronito del suo corpo, senza essersi preso la briga di dargli un paio di lezioni di guida sicura.

Ma prima di proseguire con questa scena, vi devo raccontare di come sono fatti i nostri parcheggi. Fosse stato un libro l’avrei scritto in qualche capitolo precedente, ma questa è solo una serie di racconti sconclusionati, quindi… come sono fatti i nostri parcheggi? Ne abbiamo due. Uno è vicino all’ufficio, cui si accede facilmente ed è riservato ai dirigenti, agli ospiti e alle divinità che non sanno cosa fare nel settimo giorno. L’altro, destinato a sfigati e poveri diavoli, è lontano un chilometro dagli uffici e vi si accede passando per una stradina stretta dalla pendenza che ti dà l’impressione di stare scalando il Monte Bianco.

A questo punto possiamo tornare sulla scena di me è Buddy in macchina con la neve alta.

Ad andare piano lui non ci pensava e la tipica macchina da interinale si era stancata di stare in strada.
Una bella frenata e ci ritrovammo ad andare a destra, sinistra e di nuovo a destra. A un passo dal testa-coda continuavamo a scivolare in basso, con tale scoordinata eleganza che Tomba ci avrebbe fatto un baffo e la tomba un cenno di benvenuto. Col burrone a sinistra, una stradina impraticabile davanti e il “Parcheggio Dirigenti” a destra gli feci “ce la fai a entrare nel Parcheggio?”
Lui, incosciente quanto me, non pensò alla tremenda bestemmia e fu così che ci ritrovammo dove solo il gota poteva accedere, dove gli dèi si inginocchiavano per entrare. Un centinaio di metri in scivolata e poi la macchina si fermò sul piano del “Parcheggio Olimpo” asciugato con il phon centimetro per centimetro da un indiano senza piume né arco.
“Ok, ci siamo fermati. Ora proviamo pian piano a risalire ed andarcene da qui prima di morire abbrustoliti come Dracula in Chiesa”.
Niente da fare, il macinino repellente arrivava fino al limitare della neve e si fermava.
Provai a spingerla, a togliere la neve da davanti alle ruote, ma niente.
Forza e coraggio, Buddy è un interinale, avrei parlato io con la guardia.
Dunque, andai dal Marcantonio in miniatura. “Abbiamo un problema con la macchina, non riusciamo a salire”. Gli dissi.
“Mi spiace, ma qui la macchina non può stare”.
“Capisco, ma non riusciamo a spostarla”. Tentai di fargli capire.
“Non ci posso far niente, la macchina qui non ci può stare” e io me lo immaginai conciato alla Robocop che aggiungeva “vivo o morto verrai con me”.
“Ho ca-pi-to” sillabai “che non ci può sta-re; ma non abbiamo modo di farla risalire, non sapremmo cosa fare. Se vuoi provare, posso lasciarti le chiavi”. Mimai qualcosa a caso, sperando che i gesti delle mani potessero far capire ciò che le parole non trasmettevano.
“Non posso allontanarmi da qui, la macchina la dovete spostare da lì”. Fece lui inamovibile come uno scoglio con l’intelligenza di… qualcuno senza intelligenza, decidete voi chi, un bradipo che tenta di imitare un vecchio tormentone di Faletti per me andrebbe bene.
“Ma ti ho detto che non si riesce a spostarla! Facciamo così, se si scioglie la neve tra un po’ la togliamo, ok? Ora non c’è modo. E poi, ci sono venti posti liberi, qual è il problema?” La voce si era un po’ alzata e i gesti si erano fatti un po’ più eclatanti, passando dalle mani alle braccia.
“Il problema è che i posti sono per dirigenti e ospiti”. Lui impassibile.
“Quale ospite ti aspetti che arrivi oggi?” Io sbuffante.
“Non lo so, ma voi non siete né dirigenti né ospiti e io non posso farvi stare lì”. Lui col capo che si scuote.
“Allora, senti: la macchina resta lì. Se ci sono problemi fammi chiamare dal capo del personale, che gli spiego la situazione”. Me ne vado con il volto in fiamme e urlo a Buddy di lasciare la macchina là e di venire in ufficio.
“Stranamente”, non mi giunse nessuna telefonata dal capo del personale, né arrivò alcun ospite.

La scena si sposta avanti nel tempo di qualche settimana, sempre nell’ufficio di molto, molto lontano.

Sono le 21:00. Una TV è accesa nella sala riunioni vicina al mio ufficio (subito accanto ai bagni, per chi ricorda l’ufficio).
La voce è alta e m’infastidisce non poco, visto che sto lavorando.
Entro e vedo che è attaccata a un registratore acceso. Non c’è nessuno nella sala e in TV è proiettata una serie piuttosto vecchiotta.
Abbasso la voce e rientro in ufficio scuotendo la testa.
Cinque minuti e la voce torna alta.
Calmo. Vado e la riabbasso.
Quindici minuti e la voce torna alta! E’ uno scherzo?
Vado e la riabbasso… di nuovo.
Stavolta passano trenta minuti, la voce si rialza. Poco male, ho finito di lavorare.
Sto uscendo e trovo il piccolo Marcantonio che mi guarda e fa incavolato: “Devo dire alla signora delle pulizie che non deve toccare le cose!”
Il mio sguardo gli risponde interrogativamente.
“Ogni volta mi abbassa la voce della TV” si sfoga con me.
Grandissimo bastardo, eri tu a rompere i coglioni?
“Stavo registrando la puntata e col volume basso non si registra bene”.
“La voce l’ho tolta io, perché sono qui per lavorare”. Dico ciò e me ne vado senza salutarlo.

Una soddisfazione, no?

Passa la notte, si torna a lavoro e mi chiama il responsabile del personale, per gli amici il Tagliatore di Teste. “Mi ha detto la guardia che hai modificato le impostazioni di un mezzo audio televisivo di proprietà dell’azienda”.
“Non proprio” mi giustifico “ho abbassato la voce della TV che stava trasmettendo una puntata che la guardia registrava durante l’orario di lavoro”. Ora gli romperà il culo al bastardo!
Affilando la lama del tagliacarte, mi dice: “Beh, dovevi chiamare qualcuno, non hai il diritto di toccare i mezzi aziendali che non ti sono affidati”.
Come? Dice sul serio? Sono sconcertato. “Chi potevo chiamare a quell’ora? In ufficio c’eravamo solo io e la guardia”.
“Avresti dovuto chiederlo alla guardia”. Si pulisce le unghie col tagliacarte.
“Ma se era la guardia che la alzava?” Gli chiede lo sconcerto che si è impadronito di me.
Sospira profondamente, m’indica col tagliacarte e mi fa: “Insomma, vuoi una bella ammonizione? Non è compito tuo modificare le impostazioni dei mezzi audio televisivi. Al massimo puoi chiedere la cortesia di abbassarlo a chi li sta utilizzando”.
Pausa di riflessione.
Poi riprende: “Mi dici, ora, che ci facevi in ufficio a quell’ora?”
“Lavoravo, cos’altro???”
“Sei stato autorizzato?” Mi chiede con un sorriso obliquo, simile a quello di una gola tagliata che si sta aprendo.
“Autorizzato per portare a termine il lavoro?”
“Certo. Non puoi rimanere in ufficio fino a quell’ora”. Scuote la testa e aggiunge: “Per stavolta la passi liscia, ma che non si ripeta, altrimenti te lo sogni di spostarti da qui. Ora vai, che devo chiamare il capo del tuo capo del tuo capo”.

Calmo, porca miseria, calmo, devo stare calmo! Abbasso la testa, mormoro un saluto e me ne esco.

Sto pensando a “un giorno di ordinaria follia”, quando entro in ufficio e Simpatia mi fa: “Ma perché ce l’hai tanto con il povero Marcantonio, che te la prendi sempre con lui?”

em.il.

Pubblicato il 3 gennaio 2014, in I racconti dell'impiegato con tag , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 1 Commento.

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