Aspettando l’esecuzione 2 – l’arrivo dell’Uomo

Segue da https://martinedentree.wordpress.com/2013/03/25/aspettando-esecuzione-branco-desiderio-morte/

Il paese iniziava a svegliarsi. Il giorno rischiarava e qualcuno usciva infreddolito ma ben imbottito per i servizi del mattino.

Le signore attempate comparvero dal nulla, portando con sé rughe e verruche sulle facce incartapecorite. L’angolo, appartenuto a generazioni di vecchie, si riempì delle loro sdentate parole a mezze labbra.

Giunsero i cafoni, grossi ragazzotti di poche speranze ma dallo sguardo duro. I bambini ne evitavano calci e sputi, ma dal loro sguardo trasudava l’ammirazione di chi “un giorno anch’io sarò così!”
La scarsa intelligenza nello sguardo aggiungeva che avrebbero raggiunto l’obiettivo.

In breve, la piazza si era riempita anche di contadini e birrai.

Dalle porte aperte giunse il suono delle trombe e lo scalpiccio dei cavalli. Il duca quel giorno non ci sarebbe stato. Il capitano delle guardie cittadine, interamente in marrone e a dorso di una giumenta dello stesso colore, era alla testa del gruppo. Dietro di lui veniva un signorotto fedele al nostro duca, addobbato in rosso e oro. Due barbuti dal volto da sgherri cavalcavano dietro al signorotto e alle loro spalle un terzo scagnozzo portava un carretto trainato da un mulo.

Su quella carrozza da poveracci stava un possente negro. Lo tenevano a petto nudo, legato per le mani e col volto incappucciato. Diverse cicatrici di frusta gli segnavano il dorso. Le unghie dovevano essergli state strappate.

L’eccitazione della folla crebbe alla vista del condannato. Quando lo fecero salire sul patibolo iniziarono fischi e insulti. I bambini insultavano con ardente passione, ma i cafoni sputavano meglio di tutti gli altri.

Tolsero il cappuccio al negro e le urla furono zittite. Nessuno aveva assistito al processo, come nessuno aveva visto quei capelli rossi e quegli occhi azzurri. Lui sorrise e mi accorsi che anche i suoi denti non andavano.
Praticamente tutti quelli che avevano denti, li avevano giallognoli o marroni. I suoi erano bianchi, come la neve prima che la gente la insozzasse. “Valar morghulis” disse e la folla iniziò a blaterare di maledizioni nere, prima di riprendere con fischi, insulti e sputi giallognoli.

L’esecuzione riprese il suo corso. “In ginocchio” urlò uno degli sgherri, senza ottenere risposta né ubbidienza. “In ginocchio, pezzo di merda!” ripeté incazzato, ancora senza risultati. Un cazzotto in faccia e uno alla bocca dello stomaco non fecero che allargare il sorriso del negro. Con la faccia imbestialita, la guardia carogna prese un bastone e lo colpì con rabbia dietro la schiena, stavolta riuscendo a farlo abbassare e a rendere l’infimo pubblico gioioso e festante.

Dovevano mettergli la testa nel patibolo, ma la cosa non era facile. L’uomo non opponeva particolare resistenza, ma sembrava un masso e non collaborava, non ascoltando comandi né o minacce. Il boia nel suo cappuccio nero stava fermo, suo compito era solo azionare la macchina e si rifiutava di fare qualunque altra cosa.

Il capo delle guardie cacciò la sua spada. “In un modo o nell’altro devi comunque perdere la testa”. Prese per bene le misure e sorrise a mezza bocca pronto a far assaporare il sangue alla sua lama. “Vado?” chiese al signorotto che lo guardava. “Vai” rispose l’altro, non con il tipico annoiato tono da nobile, ma con una certa preoccupazione.

Era contento di poter far fuori qualcuno quel giorno. Ammirò la sua lama, “ti stacco quella testa di cazzo un colpo alla volta, bastardo”.

Sembrava tutto deciso, quando il nostro giovane prete decise che non doveva andare così. “Fermi” urlò dal fondo della piazza. “Quest’uomo deve essere confessato!”

“Padre, lei non sa” disse il signorotto.

“Io so, figliolo” disse alzando il Sacro Testo Rosso. Tutti si inginocchiarono, signorotto compreso. “Ficcategli la testa in quel patibolo e fatemi passare” ordinò il prete: era con noi da pochissimo tempo, ma aveva le palle.

Il capo delle guardie fu costretto a aiutare gli altri e in quattro riuscirono finalmente a ficcargli quella beneamata testa nel patibolo.
“Figliolo” disse il prete, poggiando la mano sul patibolo e facendo uno strano movimento con le dita “vuoi confessare i tuoi peccati?”

“Ti perdono” rispose l’uomo sorridendo.

“E’ indemoniato” urlò il prete, scuotendo la testa e allontanandosi.

Il negro si spostò un po’ e guardò la folla: “vi perdono tutti”.

Fu allora che vidi la mia buona allieva. Si tolse il cappuccio e rivelò i suoi capelli corvini, tirati all’indietro in modo da mostrarne l’attaccatura a V. I suoi occhi erano verdi, ma circondati da un alone nero. Era vestita come un frate e forse per questo tutti rimasero sorpresi nel vedere il suo volto femminile quando tolse il cappuccio.

Un’ombra nera coprì il sole. “Quel giorno il cielo si oscurerà” gridò la mia Maddalena “e saprete che l’Uomo cammina tra voi, quando sopravvivrà alla morte”.

Il boia lasciò andare la fune e la lama corse giù, rapida come una cattiva notizia, ma rapida come era scesa si bloccò, prima di tagliare la testa all’uomo.

“Magia nera” gridò qualcuno. Tutti si allontanarono da Maddalena, creando un vuoto intorno a lei.
“QUESTA è magia nera” rispose lei. “Tu sia maledetto, bastardo” aggiunse, sputando in direzione del signorotto.

Lo sputo colpì, invece, un bambino grasso, che stava mangiando una mela. Il bambino rimase immobile, poi iniziò ad annaspare. Si mise le mani alla gola, tentando di aspirare tutta l’aria che non voleva più entrare nei suoi polmoni. Anche intorno al bambino si formò il vuoto, fin quando non si sentirono le urla della madre. La donna non poté fare altro che gridare abbracciando il figlio, fino a vederlo diventare cianotico e senza vita.

“Puttana” inveì, ma i suoi insulti furono coperti da un ruggito.

Il sole era tornato a splendere, illuminando la torre campanile mentre questa si fratturava, sotto il peso di un’indistinta ombra nera.

L’edificio crollò tra le fiamme, come un castello di carte. Tutti presero a correre. Maddalena fuggì via. Il signorotto e i suoi sgherri la inseguirono. Il boia abbandonò il patibolo insieme al capo delle guardie. Il prete accarezzò lo strumento di morte e solo dopo si unì alla fuga generale.

Il negro tirò su il pezzo di legno, che avrebbe dovuto tenergli il capo bloccato e che non era più bloccato. Nessuno fece caso a lui mentre scappava.

Che strano, mi dissi. Un legittimo colpevole che non meritava la morte era sopravvissuto. Un legittimo innocente, dall’animo reo, era morto.

Sorridendo, mi chiesi se una moneta e un pastore briccone bastavano a fare di un uomo l’Uomo, il Sopravvissuto, Colui che avrebbe camminato tra noi.

em.il.

Pubblicato il 22 aprile 2013 su Racconti. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 1 Commento.

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