Etica, morale e ateismo

“I lager nazisti, come ogni campo di sterminio, possono essere considerati simboli estremi del male, dell’inferno che si apre sulla terra quando l’uomo dimentica Dio e a Lui si sostituisce, usurpandogli il diritto di decidere che cosa è bene e che cosa è male […] I santi, che ho brevemente ricordato, ci fanno riflettere sulle profonde divergenze che esistono tra l’umanesimo ateo e l’umanesimo cristiano […] Da una parte, ci sono filosofie e ideologie, ma sempre più anche modi di pensare e di agire, che esaltano la libertà quale unico principio dell’uomo, in alternativa a Dio, e in tal modo trasformano l’uomo in un dio, ma è un dio sbagliato, che fa dell’arbitrarietà il proprio sistema di comportamento. Dall’altra, abbiamo appunto i santi, che, praticando il Vangelo della carità, rendono ragione della loro speranza; essi mostrano il vero volto di Dio, che è Amore, e, al tempo stesso, il volto autentico dell’uomo, creato a immagine e somiglianza divina”.
Benedetto XVI – Angelus del 9 agosto 2009

Morale. Cos’è?
E’ la risposta a questa domanda a creare il primo problema, il quesito è di tipo interpretativo. Potremmo semplificare, definendola un insieme di norme che regolano il comportamento di un gruppo nell’interazione sociale e che possono essere condivise dai singoli.

Hanno in mente questo significato, i credenti, quando frequentemente affermano che gli atei non hanno alcuna morale, tentando di dipingerli come il diavolo in terra? Se lo avessero, probabilmente si renderebbero conto di quanto sia insensata la loro stessa affermazione, quindi, plausibilmente, la risposta è semplicemente no. Non pensano, evidentemente, al fatto che ogni ateo, volente o nolente, è parte di un gruppo non necessariamente ateo e che tale gruppo avrà una sua morale, in cui un ateo potrà riconoscersi.

Facendo la banale e scontata, ma erronea, affermazione “l’ateo non ha morale” non ci si rende conto che, da questo punto di vista, l’unica plausibile differenza reale tra l’ateo e il credente è che il primo ha la facoltà di riconoscersi liberamente nell’una o nell’altra oppure nell’altra ancora, mentre il secondo, già nel qualificarsi, si dichiara implicitamente legato ad una morale determinata e inequivocabile, che sarà quella del gruppo religioso cui sente di appartenere.
L’ateo, pertanto, può non riconoscersi nella morale diffusa, ma, ripeto, ciò non implica che non si riconosca in un’altra morale o che non abbia un’etica.
E’ evidente che, per l’ateo, la propria morale non può avere fondamento in una divinità in cui si crede. Tuttavia, ciò non toglie che l’ateo possa considerare anche esistente e reale una morale universale.

Io, personalmente e sottolineo la parola personalmente, non ritengo possibile l’esistenza di un tale tipo di morale se non a livello teorico.
Una morale, per essere valida universalmente, dovrebbe avere un fondamento oggettivo necessariamente condiviso e condivisibile da tutti, sia in atto che in potenza.
Sebbene la morale, in quanto tale, possa avere un fondamento oggettivo, è impossibile trovare un tale tipo di fondamento che sia opponibile e universalmente condiviso.

Prima di proseguire, è importante rendersi conto che non si sta trattando di una sorta di gioco fatto da atei desiderosi di scegliere da soli la propria morale: non è una questione di volontà; si tratta, invece, di un’analisi razionale, che porta a osservare l’inevitabile relatività della morale.

Per esemplificare quanto detto, propongo un caso ampiamente condiviso di morale, un caso pratico: l’omicidio di un innocente.
Ovviamente, anch’io condivido, in pieno, il principio morale per cui tale atto è esecrabile e da condannare. Tale principio ha più di un fondamento oggettivo, nel senso di riscontrabile, ad esempio l’omicidio è contrario alla morale perché così è scritto nel Catechismo della Chiesa Cattolica oppure, più sensato, l’omicidio è immorale perché non massimizza il bene per il maggior numero di persone.
Entrambi gli elementi sono oggettivi, nel senso che sono oggettivamente riscontrabili: difatti nel Catechismo io troverò effettivamente scritto «Non uccidere» (Es 20,13) […] 2258 «La vita umana è sacra perché, fin dal suo inizio, comporta l’azione creatrice di Dio […] nessuno, in nessuna circostanza, può rivendicare a sé il diritto di distruggere direttamente un essere umano innocente» ed è altrettanto oggettivamente riscontrabile che un omicidio non consista in una massimizzazione del bene per il maggior numero di persone.
Eppure, tali posizioni morali, sebbene basate su fondamenti riscontrabili, non sono opponibili a chi assume posizioni di fondo differenti. E’ facile osservare che, ad esempio, chi non crede nell’esistenza del Dio cattolico e non assegna alcuna autorità al Catechismo non potrà ritenere valido il fondamento esposto dal cattolico; attenzione: ciò non significa che riterrà corretto uccidere, ma che, plausibilmente, lo riterrà sbagliato per motivazioni differenti.
Allo stesso modo la seconda posizione non è opponibile a chi sia interessato all’esclusiva massimizzazione del bene per sé stesso.

Spero sia chiaro il motivo per cui, nonostante quella che ho percepito come una volgare ed inutile chiamata in causa del nazismo da parte del capo della Chiesa, ritengo che non esiste e non possa esistere una morale universale.

Ciò, ripeto, non significa che un ateo non possa condividere una morale o avere un’etica. Il fatto che l’uomo conosca il funzionamento dell’apparato respiratorio, difatti, non gli impedisce di respirare. Il fatto che si sappia che le morali siano dipendenti dalle condizioni zoologiche, storiche e sociali non impedisce di condividerne valori, fondamenti e ideali o di lottare per l’affermazione delle stesse sulle altre.

“Agisci come se la massima del tuo agire dovesse essere eretta a legge universale” è una proposta, molto difficile da mettere in pratica, che io mi sento di condividere, nonostante sia convinto che tale suggerimento non abbia un fondamento universalmente riconosciuto o trascendente l’umana natura. Morali assolute, rivelate o imposte da divinità, fin troppo spesso, sono state proposte da chi ha voluto consolidare il potere della classe dominante e assoggettare le classi sottostanti al volere della prima.
Non è forse vero che chi vuole che altri facciano qualcosa a suo vantaggio raramente lo afferma chiaramente? Costui non tenterà di dare alla sua richiesta la forma del miglior consiglio, presumibilmente basato sul comune sentire?

Infine, è importante non fare confusione su di un punto: questi esempi non stanno ad indicare la convinzione che la nascita e lo sviluppo della morale possa essere su base esclusivamente volontaria. Al contrario, questa opinione apparirebbe decisamente riduttiva. Il modello morale si sviluppa a livello sociale ed è recepito a livello individuale seguendo determinati percorsi e in base ad un insieme di concause, di cui la volontà può essere singola una componente ma, di certo, non l’unica.
Attraverso percorsi e concause si sono formate, passando trasversalmente per il doloroso corso delle epoche, la morale, la giustizia e l’etica, ma questo non toglie che le stesse continuano e continueranno a non avere esistenza propria.

em.il.

Pubblicato il 8 ottobre 2012 su Non solo ateismo... quello che resta di un ateo.. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 2 commenti.

  1. Articolo interessante. Ciao.

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