Se non metto la mia mano nel suo costato, io non crederò…

Or Tommaso, detto Didimo, uno dei dodici, non era con loro quando venne Gesù. Gli altri discepoli dunque gli dissero: «Abbiamo visto il Signore!» Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi, e se non metto il mio dito nel segno dei chiodi, e se non metto la mia mano nel suo costato, io non crederò». Otto giorni dopo, i suoi discepoli erano di nuovo in casa, e Tommaso era con loro. Gesù venne a porte chiuse, e si presentò in mezzo a loro, e disse: «Pace a voi!» Poi disse a Tommaso: «Porgi qua il dito e guarda le mie mani; porgi la mano e mettila nel mio costato; e non essere incredulo, ma credente». Tommaso gli rispose: «Signor mio e Dio mio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai visto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!»
dal vangelo secondo Giovanni (Gv 20,24-29)

Gli atei sono arroganti! Un’infelice e frequente generalizzazione che non credo possa far piacere ad un ateo e che, in particolare, non piace a me.
Arrogante perché? Arroganti per cosa? Sono le prime domande che mi vengono in mente.
Forse arrogante perché cerco di parlare della realtà così come la vedo, senza rifarmi necessariamente a convinzioni diffuse?

Se io, semplicemente e banalmente, non vedo il Dio di cui si parla, ovvero non sono disponibile a credere alla sua esistenza senza prove che siano per me accettabili, quale sarebbe la mia arroganza?

Quale sarebbe la mia presunzione, quando rimango sempre aperto alla discussione, alla prova? Io non credo senza “toccare”, sia con i miei sensi che con la mia ragione e non mi vergogno di avere dei dubbi, anzi continuo a ritenere i miei dubbi e il mio desiderio di ricerca una delle parti migliori di me, questa è forse superbia?
Chi si arroga il diritto di definirmi arrogante solo ed esclusivamente perché mi rifiuto di credere in qualcosa che non mi pare evidente né fondata, chi afferma di conoscere la verità assoluta per fede, non è forse egli, piuttosto, il vero e maggiore arrogante che si concentra sulla pagliuzza nel mio occhio non accorgendosi della trave nel suo?

Io non posso fare ipotesi serie sulla nascita dell’universo, ci sono scienziati che lavorano giorno e notte, alcuni lavorano alla teoria di un universo mai sorto; quale può essere la mia posizione se non quella di una mera attesa? Cosa posso fare se non studiare, tentare di capirci qualcosa secondo quelle che sono le mie capacità ed attendere che qualcuno che ha, al riguardo, meno limiti di me, proponga qualcosa di valido?
Se scarto l’idea della causa prima è semplicemente perché logicamente non ha senso; non mi pare che la mia posizione sia simile a quella di molte religioni, che, senza alcuna prova adeguata a supporto, affermano di sapere come sia sorto l’universo sulla base di testi contenuti in libri antichi.
Dio ci osserva?
Ragionando sui dati a nostra disposizione sarebbe abbastanza scontato immaginare come gli uomini antichi siano giunti alle loro conclusioni sulla nascita del tutto. Ciononostante, degli uomini moderni pretendono che qualcuno creda per fede a delle ipotesi fantasiose e prive di fondamento scientifico. Altri esigono che si pongano sullo stesso piano quelle fantasie e delle serie ipotesi di stampo scientifico.
La nostra specie dovrebbe possedere una capacità di fondo che consenta di distinguere tra arroganza e onestà intellettuale. Se io fossi realmente arrogante, quanto dovrei considerare umile colui che afferma di conoscere con certezza, perché l’ha letto su di un libro antico, cose contrarie all’evidenza?

Un simpatico e sagace autore, Sam Harris, ha affermato più o meno quanto segue: Il 53% degli americani, a quanto pare, prende alla lettera il resoconto della creazione che si trova nella Genesi […] ogni persona che fa questo sta essenzialmente dicendo a persone come Stephen Hawking qualcosa del tipo «Piccolo Stephen, sei una personcina intelligente. Vedo che hai tante belle equazioni sul tuo quadernino, ma non sai abbastanza di cosmologia, perché, sai, qui c’è scritto che Dio ha fatto tutto questo in sei giorni, e si è riposato il settimo. È vero, potrebbe essere una metafora, ma è a me non sembra che tu ti stia concentrando abbastanza sulla sua sottigliezza».
Io, come Harris, non ho bisogno di fingere di sapere cose che non so e credo che la mia libertà consista anche nel fatto che, vedendo due pecore, io possa dire che “1 pecora + 1 pecora = 2 pecore”; non affermo che sono certo che non vi siano pecore parlanti o volanti, io dico che non crederò che le pecore possano avere tali capacità finché non ne avrò una prova o non mi sembrerà ragionevolmente possibile. E’ una differenza di fondo che voglio sottolineare il più possibile: io non credo alla non esistenza di Dio, bensì non credo alla sua esistenza.


Quando un vaso mi sta cadendo sulla testa, io preferisco essere un materialista, piuttosto che inventare storie su vasi volanti. Alla stessa maniera tento di pormi verso gli altri fatti che riguardano questa realtà.

em.il.

Pubblicato il 21 agosto 2012, in Non solo ateismo... quello che resta di un ateo. con tag , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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