I giudizi prematuri e l’ateismo

Essi presero Ymir e lo posero nel mezzo del Ginnungagap e da lui fecero la terra, dal suo sangue il mare e le acque. La terra era fatta della sua carne, le rocce delle sue ossa. I sassi e le pietre le crearono dai suoi denti, dai molari, e dalle ossa che erano rotte. […] Presero anche il suo cranio, ne fecero il cielo e lo posero sopra la terra con quattro angoli, e sotto ciascun angolo posero un nano […]
dall’Edda in prosa di Snorri Sturluson

Nel confronto tra i credenti e gli atei, tutto ha spesso inizio con una grossa incomprensione dovuta alla relatività linguistica e culturale. Prima di proseguire è bene sottolineare che, essendo io un cittadino italiano, quando parlo di credenti mi capita, alle volte, di riferirmi, in particolare, ai credenti cattolici-cristiani.

La storia parte da lontano, dalla nozione che dovrebbe essere diffusa secondo cui ogni individuo non può non essere influenzato dalla realtà in cui si trova, dalla lingua che utilizza e dal suo back-ground socio-formativo. Questa relatività effettiva e concernente tanto gli individui quanto le società piccole e grandi rende possibili considerazioni specifiche che, fatte in un altro contesto, sembrerebbero assolutamente inimmaginabili.

Sulla scia di questa premessa, propongo di socchiudere gli occhi, astraendosi dalla condizione attuale e ponendosi in un contesto ove, per ogni singolo cittadino, vi sia una minima preparazione in ambito logico e in cui l’uomo possa essere privo di preconcetti religiose. Tale situazione sarebbe caratterizzata dalla presenza di nozioni relative a:
a. Il metodo scientifico induttivo, che, partendo dalla raccolta di singoli fatti misurabili, li osserva per poi formulare teorie e ipotesi da sottoporre a esperimenti;
b. Il criterio di falsificabilità o inficiabilità popperiana;
c. Gli strumenti logici e dialettici basilari;
d. Le teorie scientifiche al momento più diffuse e condivise.

Ora, proseguendo nel cammino immaginario, dovremmo pensare ad un avatar e posizionarlo su una sedia comoda; l’avatar, comodamente seduto, in pace con sé stesso e il mondo circostante, dovrebbe stare ragionando o meditando sulle problematiche dei valori dei redshift delle galassie o pensando alla possibilità di rendere osservabile in laboratorio la materia oscura.
A questo punto, ecco giungere l’antagonista, che rompe il momento di pace e urla “tutte le problematiche relative alla comprensione del nostro mondo sono facilmente risolvibili”.
Costui sarà un genio o a un folle? Avrà studiato soluzioni innovative per risolvere i problemi della teoria cosmologica più in voga e anche quelli del pilastro della biologia moderna? Il nostro umanoide blu, qualora la nostra fantasia fosse stata turbata dal celeberrimo film, incerto e in bilico tra entusiasmo e dubbio chiederebbe “in che modo sono risolvibili le problematiche?”
Al che la risposta:
“Esiste un libro dove troverai tutte le risposte; questo libro è stato ispirato da una divinità ultra-terrena, origine primaria di tutto e autorità trascendente, unica e indivisibile, la cui sostanza è comune a tre persone distinte”.

Quale sarebbe la reazione a queste affermazioni?
Se la situazione riguardasse me, credo che, dopo una serie di considerazioni personali, almeno per assecondare l’interlocutore, darei un occhio al testo suggerito.
Quale sarà il mio stupore trovando nel libro affermazioni che, per essere gentili, risultano quantomeno poco plausibili, favolistiche e semplicistiche, come, ad esempio, il fatto che la strana divinità di cui parlava il tizio avrebbe creato tutto ciò che ci circonda in qualche giorno e, in prima persona, avrebbe dato vita ad un fantomatico primo uomo chiamato Adamo dalla cui costola o metà, a seconda delle interpretazioni traduttive, avrebbe creato una prima donna chiamata Eva?

Ritengo lecito credere che, come minimo, io dubiterei di quelle affermazioni, evidenzierei che il principio di autorità che l’interlocutore cerca di utilizzare è logicamente fallace e che le sue unghie stridono al contatto con lo specchio nel momento in cui salta da un’interpretazione letterale di uno stralcio ad una che attribuisce mero valore metaforico ad un altro stralcio, senza motivazioni oggettive che giustifichino la doppia modalità, se non le evidenti scorrettezze o l’anacronismo degli insegnamenti del testo cui tenta di apporre le famose pezze colorate. Il suo argomentare apparirebbe, in sostanze, tanto circolarmente da far venire il capogiro. Certo, non ho ancora descritto nel dettaglio gli argomenti che il nostro antagonista avrà utilizzato, ma non è difficile immaginare che il “libro dice il vero in quanto è parola di Dio ed è parola di Dio in quanto dice il vero” oppure “le persone sagge sanno che quanto è scritto nel testo è giusto. Chi sono le persone sagge? Quelle che credono in quanto scritto nel testo”.

Perché questa reazione ci possa essere nella realtà effettiva, tuttavia, io dovrei essere in grado di non farmi condizionare da secoli di propaganda, di dominio spirituale nell’ambito sociale e dai fantasmi che infestano la cultura diffusa. Mi rendo conto che, per un cattolico, sarebbe particolarmente arduo, ma non capiterebbe la stessa cosa ad un cristiano se non idealizzasse Bibbia e Chiesa e se si ponesse con atteggiamento razionale e scettico verso il famigerato Testo Sacro?

Non risulterebbe evidente, lasciando da parte spiegazioni tondeggianti che nascono con lo scopo di giungere alla conclusione prefissata e che non sono falsificabili, che il libro che ci troviamo di fronte e i racconti in esso contenuti hanno ben poco a che fare con divinità trascendenti?

Io sono convinto che dopo l’analisi di cui sopra, sebbene tale libro non potrebbe non rimanere, anche per il neo-razionalista, un utilissimo mezzo per l’analisi della realtà storica e sociale del gruppo da cui è fuoriuscito, lo stesso buon neo-pensatore non potrebbe che affermare che spingersi a crederci, come ad una realtà rivelata da una divinità, sarebbe fuori luogo e poco rispettoso nei confronti delle nostre capacità razionali. Anche volendo credere in una divinità creatrice, come pensare che quella divinità voglia che la si consideri ispiratrice di idee, atti e ordini dal carattere evidentemente umano, troppo umano?

C’è un’interessante lettura che risulta utile nell’individuare l’influenza dell’autorità riconosciuta, è proprio il trafiletto della premessa e l’intero mito norreno da cui è tratto; secondo questo, l’universo fu creato da Odino e dai suoi fratelli. Costoro posero nel vuoto il corpo di Ymir, poi, col suo sangue e la sua carne, crearono il mare e la terra e col suo teschio la volta celeste.
Risulta evidente il carattere mitologico del racconto e difficilmente qualcuno, oggigiorno, crederebbe che sia una descrizione ispirata o dettata dalla divinità Odino o dai suoi fratelli. Ebbene, il suo valore non è difforme da quello biblico; eppure, a causa dell’idealizzazione del testo, della fiducia nell’autorità e di vari meccanismi di difesa, non ce ne si rende conto.
La cosa non cambia se diamo un nome differente alla divinità, se la stessa risulta emersa da un lago o se i giorni della creazione diventano venti.
Pare che gli antichi sumeri credessero che il principio di tutto fosse un mare primordiale eterno da cui sarebbe venuta fuori una montagna, che gli slavi fossero convinti che un giovane di bianco vestito e dai lunghi boccoli biondi fosse il dio della fertilità e che gli etruschi fossero certi dell’esistenza di una porta dell’oltretomba difesa da una furia alata.

E’ proprio qui che giungiamo ad individuare la grossa incomprensione di cui sopra: se, secondo qualcuno, l’ateismo presuppone l’esistenza di preconcetti nei confronti della religione, in realtà l’ateismo debole e scettico nasce spesso proprio e soprattutto dall’assenza di tali preconcetti, da un’analisi fatta con razionalità e scevra da condizionamenti. E’ il preconcetto, in cambio, che impone la visione religiosa propria di molti credenti.

em.il.

Pubblicato il 11 gennaio 2012 su Non solo ateismo... quello che resta di un ateo.. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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