Il Dio denaro ci porta alla distruzione

Intervista a Giorgio Bocca

Dicono che sono pessimista, ma guardo la realtà “semplicemente usando il buon senso”. Sarà grazie all’uno o all’altro atteggiamento, oppure a tanti anni di esperienza nel giornalismo, ma Giorgio Bocca con il suo ultimo libro, il dio denaro, in uscita martedì prossimo per la Mondadori, coglie con anticipo il punto principale: la crisi di civiltà determinata da un’economia e da una finanza imperanti.

Scritto prima dell’attacco alle Twin Towers, il volume tematizza, con grande lucidità, alcune questioni che oggi sono sotto gli occhi di tutti, dalla crisi del neoliberismo,alla necessità di un ritorno forte al sistema pubblico contro una privatizzazione selvaggia. «No, io l’11 settembre non mi sono sorpreso», precisa con nettezza Bocca, spiegando: «L’ho scritto a chiare lettere già da tempo: il sistema economico e finanziario va verso l’autodistruzione. Questo conflitto tra il mondo islamico e il capitalismo americano è una delle forme assunte da una realtà che non riesce più a stare insieme. Quando le contraddizioni sono così forti, ci si può aspettare di tutto».

Il dio denaro è uno dei responsabili della crisi che abbiamo davanti?
Quando il capitalismo può fare quello che vuole in una parte consistente del mondo, mi sembra logico che prima o poi ci siano delle conseguenze. Se si fanno delle colonie ebraiche in Cisgiordania, è logica elementare pensare che questa scelta comporti reazioni di un certo tipo. Il capitalismo è andato avanti senza pensare minimamente verso quale direzione stava procedendo. Il mondo si dovrebbe fermare, così sta andando verso il nulla.

Dopo l’11 settembre, si parla con sempre maggiore insistenza della crisi della globalizzazione. Condivide questa analisi?
L’attacco alle Twin Towers ha dimostrato come alla globalizzazione di tipo economico corrisponda una globalizzazione della distruzione e del terrorismo. Ha dimostrato la sua crisi profonda. La colpa principale della società contemporanea è il “troppo”. Nelle Torri Gemelle ci stavano 440 società, più di 4000 persone: il rischio c’era e non lo avevano previsto. Mi chiedo: Come è stato possibile? Il troppo impera senza che nessuno si interroghi e ponga dei limiti. C’è un andare avanti più forte di tutto. Se chiedo ad Agnelli perché non smette di costruire auto, lui mi dirà che per il bilancio dell’azienda se ne devono produrre sempre di più e sempre più veloci. Più macchine, significa più autostrade. Tutto si complica; ma se si continua a correre così non si troverà più rimedio alla situazione.

Dopo anni cui si esaltava la privatìzzazione di tutto, l’intervento pubblico nell’economia ritorna in voga anche tra gli stessi che prima lo criticavano. Lei che lo ha sempre difeso come spiega questo giro di valzer?
Ci si era illusi che il mercato si regolasse da solo, che la new economy andasse avanti senza problemi, che non fosse necessaria nessuna mediazione. I fatti hanno dimostrato il contrario. La stessa privatizzazione del resto non si era mai realizzata davvero: privatizzare è stato un modo per fare arricchire gli amministratori delegati che in base alla legge godono di una percentuale sulle vendite. Quello che oggi è evidente, lo si poteva capire anche prima. Non c’ era bisogno di essere economisti, bastava il buon senso.

Il quadro, desolante e preoccupante, che abbiamo davanti, è la dimostrazione che la mediazione politica non può più saltare, pena guerre e conflitti di ogni sorta?
La politica è più che mai necessaria. Anche se è oggi fortemente sottomessa alle ragioni del mercato.
L’Italia è da questo punto di vista un caso esemplare: il potere economico è diventato direttamente potere politico. Berlusconi si ispira alle tesi thatcheriane e reganiane e può legiferare a suo piacimento. I fatti di Manhattan dimostrano però che senza la mediazione politica non si può andare avanti. Davanti alla crisi la città di New York è ricorsa all’intervento del sindaco, non certo dei privati.

Chi come lei ha combattuto la lotta di liberazione dal nazifascismo sperava di non vedere più nuove guerre. Come vive questi giorni di grande attesa?
Li vivo molto male, anche se penso che il punto vero non sia guerra non guerra tra Afghanistan e Usa, ma il conflitto tra popoli ricchi e quelli poveri nel mondo. Anche una volta catturato Bin Laden; sconfitti i talebani, che cosa cambierà?
Il sistema mondiale, che è il vero problema, rimarrà immutato portando la nostra civiltà alla rovina. Ho ottant’anni e non lo dico per il mio interesse: ma non si può andare avanti così.

di Angela Azzaro (da Liberazione del 7/10/2001)

http://www.venceremos.it/articoli/italia/bocca.htm

Pubblicato il 27 dicembre 2011 su Quote. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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