Critica a “La varietà e l’unità dell’immaginazione”

Leggevo, ieri, al link http://milano.corriere.it/milano/notizie/arte_e_cultura/11_agosto_31/congresso-esap-filosofia-analitica-1901401052101.shtml, che, dal al 6 settembre, Milano sarebbe stata invasa dai filosofi analitici. Il sottotitolo diceva “Epistemologia, estetica, morale e logica. Con grandi nomi tutti da ascoltare”, insomma, una cosa apparentemente molto interessante, per chi ha un po’ di gusto per la filosofia. Tal cosa era resa ancora più interessante dal fatto che l’articolo richiamava uno dei miei pensatori di riferimento, Bertrand Russell.

Tra i partecipanti ci sarebbero state “star dell’empireo speculativo attuale, come Kevin Mulligan”. Ho quindi deciso di colmare almeno un po’ la mia ignoranza e di leggere almeno un articolo del primo autore citato tra i partecipanti, proprio quel Mulligan.

Ho inserito il nome Kevin Mulligan in Google ed il primo testo dell’autore che ho trovato è stato il seguente http://www.unige.ch/lettres/philo/enseignants/km/doc/VarUnImmag.pdf – “La varietà e l’unità dell’immaginazione”: indubbiamente un titolo interessantissimo.

Il testo parte molto bene: “Attribuiamo l’esercizio dell’immaginazione a ogni genere di persona, in ogni tipo di circostanza e per ogni sorta di ragione. Le ipotesi e gli esperimenti mentali dello scienziato, le visioni del folle, le fantasie quotidiane, le costruzioni del metafisico, il romanzo (…): in ognuno di questi casi riconosciamo di solito l’attività dell’immaginazione. Così, tutto sembra indicare che l’unità dell’immaginazione sia qualcosa di davvero labile, se non addirittura un’illusione. Ciononostante, ci sono buone ragioni per ritenere che sotto questa varietà multiforme si nasconda una certa unità”.

Detto ciò, l’autore inizia a fare riferimenti dalla dubbia utilità a diverse scuole di pensiero, fin quando non giunge a sostenere che “di tutti i tipi di modi mentali (…) il 50% di questi tipi di atti e stati sono immaginativi. A ciascun tipo di modo immaginativo corrisponde un tipo di modo non-immaginativo, e viceversa”. La proposizione è molto interessante, in teoria, e l’autore passa all’analisi pratica di due coppie di modi mentali:

– Supporre e giudicare;
– Immaginare e vedere.

Nell’analisi della prima coppia, l’autore evidenzia che supporre e giudicare sono attività differenti, ma sottolinea che tra di loro ci sono alcune analogie, la prima è “che”: “Si giudica che, si suppone che”. L’autore sostiene che “usando il vocabolario contemporaneo si può dire che il contenuto di una supposizione è, allo stesso modo del contenuto di un giudizio, un contenuto proposizionale”. Il contenuto proposizionale è uno stato di cose descritto da una frase, pensiamo a questo come all’immagine di Mario che mangia del pane, possiamo avere tre diverse frasi:

Mario mangia del pane (enunciato composto dal solo contenuto proposizionale);
Suppongo che Mario mangerà del pane;
Forse Mario mangerà del pane.

Nei tre casi cambia il tempo e la certezza del contenuto proposizionale, che, però, rimane intatto. Posto che possiamo definire quanto detto “contenuto proposizionale”, non è molto chiaro il valore dell’affermazione dell’autore, in quanto ogni singolo verbo legato al pensiero sembra poter essere seguito da un contenuto proposizionale.

Proseguendo nel suo articolo l’autore sostiene che esiste un’importante differenza tra giudicare e comprendere, per dimostrare l’importanza di quel “che” di cui sopra. Difatti, mentre potremmo avere solo “Sam giudica che p”, con il verbo comprendere possiamo avere sia “Sam comprende che p”, che “Sam comprende la proposizione che p”. Ora, mi auguro che il problema sorga da una questione traduttiva, poiché, in italiano, mi sembra che si possa tranquillamente “giudicare p”, senza quel “che”.

A questo punto, posto che il problema derivi dalla traduzione, percepisco quella che è una questione che avevo solo intuito all’inizio della lettura dell’articolo.

L’autore analizza un insieme di modi mentali come se l’elenco dei termini che li descrivono fosse una descrizione scientifica dei modi mentali stessi e senza tenere in considerazione che i vocaboli non nascono da un’analisi scientifica ma da un mero compromesso approssimativo. E’ un po’ come se qualcuno volesse studiare la differenza genetica tra biondi e rossi basandosi sui termini che li individuano. Questa confusione tra semplificazione verbale (che dovrebbe appartenere ai vari campi della linguistica) e stati mentali (che dovrebbero appartenere a psicologia, neurologia, etc.), causa, a mio parere, un attrito tra campi, che non può portare utilità alcuna, ma solo incomprensioni e/o fuffa. In sintesi e in definitiva, sarebbe stato meglio se il titolo fosse stato “Analisi dei termini legati all’immaginazione” o qualcosa di simile. Se fossero così tutti i contenuti delle affermazioni delle star dell’empireo speculativo attuale, non saremmo messi molto bene.

em.il.

Pubblicato il 1 settembre 2011 su Pensieri brevi. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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