Il Giappone insiste sul nucleare. Dunque?

Banri Kaieda, ministro dell’industria giapponese, ha dichiarato di “comprendere” le spinte all’abbandono del nucleare, presenti anche in Giappone dopo i fatti di Fukushima; il ministro ha, inoltre, aggiunto che l’energia nucleare “continuerà a essere uno dei quattro pilastri della politica energetica del Paese” e che “l’erogazione poco flessibile dell’elettricità ha impatti sull’attività economica e la vita delle persone”.

http://www.corriere.it/esteri/11_giugno_14/giappone-nucleare-essenziale_720f6602-9648-11e0-82d5-f9e2fd481445.shtml?fr=box_primopiano

Il ministro giapponese, dunque, ha tirato in ballo gli impatti dell’energia sulla vita delle persone. E’ importante sottolineare che, quando un giapponese pensa alla vita, non sta, verosimilmente, formulando gli stessi pensieri di un italiano. Dando uno sguardo al “Better Life index”, possiamo costatare che, sebbene da molti punti di vista il Giappone sia messo meglio rispetto all’Italia, per quanto concerne il work-life balance il suo punteggio è più basso.

http://www.oecdbetterlifeindex.org/#/11111115111

Come possiamo leggere nel dettaglio riferito ai giapponesi:
(…) Più le persone lavorano, minore è il tempo che hanno da dedicare ad altre attività, da passare con gli altri o da riservare al piacere. La quantità e la qualità del tempo libero è importante per il benessere complessivo e può portare benefici aggiuntivi alle persone per quanto concerne la salute fisica e mentale. Le persone in Giappone dedicano il 60% della loro giornata (14,3 ore) alla cura personale (mangiare, dormire, ecc.) e al tempo libero (amici, famiglia, hobby, giochi, computer, TV, ecc.) una percentuale inferiore rispetto alla Media OCSE. (…) le pratiche lavorative giapponesi, tra cui, non ultimo, l’ingombrante orario, rendono difficile, per i genitori, conciliare lavoro e vita familiare. (…)

http://www.oecdbetterlifeindex.org/countries/japan/

Le differenze tra i due punti di vista non si limitano solo al rapporto tra tempo libero e tempo dedicato al lavoro; una rilevante cifra da tenere in considerazione è, infatti, il tasso di suicidi in Giappone, che è un dato disponibile a tutti. Già nel 2007 il New York Times diceva che “il tasso di suicidi in Giappone è tra i più alti del mondo industrializzato”; recentemente, CNN International ha riportato, in seguito ai fatti di Fukushima, che “(…) Secondo quanto affermato dalla National Police Agency, nel mese di maggio, per la prima volta in due anni, il numero di suicidi mensile ha superato quota 3.000. Il rapporto dice che, nel maggio di quest’anno, i suicidi in Giappone sono stati 3.281, quasi il 20% in più rispetto allo stesso mese dello scorso anno. Il picco inverte una costante diminuzione del numero di suicidi verificatasi dalla fine dello scorso anno, in seguito ad una campagna nazionale di sensibilizzazione lanciata dal governo. (…) Il tasso di suicidi in Giappone rimane uno dei più alti tra le nazioni sviluppate, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità”.

http://query.nytimes.com/gst/fullpage.html?res=9C0CEEDD163FF93AA35755C0A9619C8B63
http://edition.cnn.com/2011/WORLD/asiapcf/06/08/japan.suicides/

Tutto ciò rende evidente quanto siano differenti i concetti che giapponesi e italiani hanno, mediamente e plausibilmente, in mente quando si riferiscono al termine “vita”.

Poste tutte queste differenze rilevanti concernenti la vita e la sua qualità, rivolgendo lo sguardo alle ragioni del mancato abbandono del nucleare da parte giapponese, sarebbe necessario, innanzitutto, riflettere sul senso di tre delle parole pronunciate dal ministro di cui sopra, ovvero delle parole “continuerà a essere”: il Giappone ha una situazione infrastrutturale complessa e da decenni si è strutturato energeticamente utilizzando come fondamenta proprio le centrali nucleari.
La situazione energetica italiana, migliore o peggiore che sia, parte oggi da un punto diverso: l’Italia non ha centrali nucleari, dunque è lapalissiano che le nostre scelte e quelle giapponesi non possano e non debbano essere similari.

Carlo Rubbia ha posto buona base per imbastire una discussione sulle nostre scelte: “(…) le fonti rinnovabili per esprimere a pieno il loro potenziale, arrivando a sottrarre quote importanti ai combustibili fossili, hanno bisogno ancora di 10-15 anni. Quindi bisogna pensare a una transizione (…) una centrale nucleare approvata oggi sarebbe pronta tra 10-15 anni, alla fine del periodo di transizione. Noi abbiamo bisogno di impianti con un basso impatto ambientale e tempi di costruzione rapidi. Penso a un mix in cui l’aumento di efficienza gioca un ruolo importante, sole e vento crescono e c’è spazio per due fonti che possono produrre subito a costi bassi. Innanzitutto il gas, che è arrivato al 60 per cento di efficienza e produce una quantità di anidride carbonica due volte e mezza più bassa di quella del carbone: il chilowattora costa poco e le centrali si realizzano in tre anni. E poi c’è la geotermia che nel mondo già oggi dà un contributo pari a 5 centrali nucleari. L’Italia ha una potenzialità straordinaria nella zona compresa tra Toscana, Lazio e Campania, e la sfrutta in maniera molto parziale: si può fare di più a prezzi molto convenienti. Solo dal potenziale geotermico compreso in quest’area si può ottenere l’energia fornita dalle 4 centrali nucleari previste come primo step del piano nucleare. Subito e senza rischi”.

http://www.repubblica.it/ambiente/2011/06/10/news/rubbia_intervista_nucleare-17475151/

Un’analisi, quella del nostro premio Nobel, chiara, semplice e razionale. A tutto ciò potremmo aggiungere che il problema dello stoccaggio delle scorie è ancora irrisolto e che, sebbene l’incidente nucleare sia più raro, esso è all’ennesima potenza più pericoloso. Per tutto questo, le ragioni che spingono il Giappone a decidere di persistere nell’utilizzo del nucleare, non sono applicabili nell’ambito della politica energetica italiana.

em.il.

Pubblicato il 15 giugno 2011 su Non solo politica.... Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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