Multiculturalismo, Cameron e fallimenti

“Il multiculturalismo è fallito” – “Sveglia Europa No al multiculturalismo di Stato, è un fallimento” – “Multiculturalismo ha fallito”.

Questi i titoli di tre dei maggiori quotidiani nazionali per le anticipazioni sulle dichiarazioni del premier inglese Cameron. Dal virgolettato del Corriere l’inglese sosterrebbe che “Sotto la dottrina del multiculturalismo di stato, abbiamo incoraggiato culture differenti a vivere vite separate, staccate l’una dall’altra e da quella principale. Non siamo riusciti a fornire una visione della società, alla quale sentissero di voler appartenere. Tutto questo permette che alcuni giovani musulmani si sentano sradicati”.

C’è da dire che il termine multiculturalismo è una forma di categorizzazione ideologica che può includere tutto e il contrario di tutto. Pertanto, sarebbe il caso di analizzare la parola, prima di proseguire. La componente più rilevante del termine è “cultura”, parola anch’essa dai confini piuttosto labili. Per tentare di arginare i suoi significati potremmo individuare la cultura come un patrimonio di conoscenze. A livello sociale, la cultura è formata, a titolo indicativo ma non esaustivo, dall’insieme di tradizioni, modelli di comportamento, usi e costumi che influiscono sull’agire dei soggetti.

A partire da questa definizione è evidente che ogni società non può che essere, necessariamente, multiculturale, poiché ogni singolo condividerà alcuni elementi del patrimonio identificato come comune e su altri discorderà. Ovviamente, secoli di integrazione hanno fatto sì che le differenze culturali tra noi e i nostri vicini siano, di norma, minori rispetto a quelle percepite tra noi ed uno straniero giunto in Italia dall’altro capo del mondo. E’, pertanto, normale che persone con minore sensibilità si accorgano della multiculturalità quando si interfacciano con stranieri, poiché in quel momento questa diviene palese. Tuttavia, un animo più sensibile dovrebbe essere in grado di percepire la multiculturalità insita in ogni singolo rapporto umano e comprendere che per convivere e dialogare, in qualunque condizione, è necessario riconoscere che possano esservi altre culture, altre forme di consapevolezza. Se si nega il valore delle culture differenti da quella che si sente propria si sbatte la porta in faccia all’altro e ci si castra culturalmente.

Probabilmente, sostengo questo perché io vivo da “straniero” in patria, verificando quotidianamente la diversità culturale tra me e le persone che mi circondano. Forse è per questo che credo che non si debba rinunciare ad una società multiculturale. Al contrario, penso che noi dovremmo dimostrare di essere sufficientemente forti da far comprendere a tutti uomini e le donne che dietro un pensiero differente dal proprio può nascondersi un tesoro.

Imponendo agli altri un determinato punto di vista ci ridurremmo a comportarci, per similitudine, come il padre che massacra la figlia che vuole convivere con un occidentale, come i cinesi che aggrediscono i vigili in strada perché credono che il quartiere sia loro o come i mariti che picchiano le mogli che non vogliono indossare il velo.

Se in qualcosa abbiamo fallito è stato nel non creare una società che sia realmente multiculturale, una società dove non ci siano pacchetti identitari standard, ma in cui vi sia un continuo e proficuo scambio intellettuale tra le persone.

Ancora, multiculturalismo non dovrebbe significare tolleranza passiva dell’infrazione delle norme dello stato in nome di una cultura, qualunque essa sia. Le regole dello stato dovrebbero prescindere dalla cultura dei singoli o di microcosmi sociali, le norme sono necessarie per il vivere civile. Non bisogna, pertanto, confondere campi differenti: l’ambito culturale e quello normativo/esecutivo dovrebbero essere separati, sebbene si influenzino, necessariamente, a vicenda.

Per concludere, più che un fallimento del multiculturalismo, mi sembra di assistere ad una mancata attenzione alle modalità integrative proprie di una società sana. L’erronea identificazione dell’ideologia multiculturale con l’accettazione passiva di qualsiasi azione compiuta da persone di cultura diversa non poteva, infatti, che fallire. Eppure, sarebbe un comportamento fascista pretendere di imporre la propria cultura.

Pretendere che si rispettino le norme, non permettere la creazione di tribunali religiosi o di stati negli stati (ogni riferimento alle scelte inglesi e alle comunità cinesi non è casuale) e far sì che tutti godano degli stessi diritti sarebbero, in cambio, cose sagge in uno stato laico.

em.il.

Pubblicato il 5 febbraio 2011 su Non solo politica..., Pensieri brevi. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 2 commenti.

  1. no al multiculturalismo, no alla mescolanza caotica ed ingovernabile dei popoli… la diversità è ricchezza! Basta, l’UE non può caricarsi di tutti i pezzenti del globo… ne abbiamo già presi troppi e piuttosto che raccattarne ancora, bisognerebbe rimpatriare a calci i delinquenti,scrocconi,casinisti,parassiti,estremisti assortiti. Bravo Cameron, ma quando ci daremo seriamente una svegliata in Italia? Basta immigrazione.

    • Caro Antonio/rlyeh, devo dirti che ho l’impressione che la tua risposta sia dettata più dalla rabbia che dalla ragione.

      A livello ideologico credo che dovresti, innanzitutto, tenere presente che quelli che tu definisci pezzenti, in molti casi, sono lo sfortunato frutto umano di una scellerata politica messa in atto dai “potenti” dei paesi ricchi e di quelli poveri. Al riguardo, dovremmo addentrarci in un’analisi storica un po’ più dettagliata, ma non credo sia questo l’ambito corretto per farla e, per questo motivo, ti rimando all’approfondimento di temi quali il colonialismo, l’imperialismo e lo sfruttamento del Niger.

      A livello logico, tu critichi gli estremisti, ma il tuo desiderio di bloccare completamente l’immigrazione pare proprio un estremismo. Pertanto, tu staresti affermando di voler essere “rimpatriato a calci”. Credo che questa riduzione sia sufficiente per comprendere come la tua soluzione, nel caso di delinquenti, scrocconi, casinisti, parassiti ed estremisti nostrani, non cambierebbe minimamente la situazione. Dunque, da un lato non risolveresti il problema dei crimini sociali e dall’altro ci impediresti di avere tutta quella forza lavoro estera di cui il nostro stato ha bisogno. Non pensi che, anziché dire del tutto basta all’immigrazione, sarebbe un’azione più saggia tentare di regolarla, in modo che la stessa possa portare vantaggi sia allo stato che riceve gli immigranti sia a quelli che emigrano? Non ti sembra che la tua posizione sia quella del marito che decide di castrarsi perché la moglie lo tradisce?

      Infine, credo di non essere stato molto chiaro. Anch’io non gradisco uno stato caotico e ingovernabile, ma credo che l’ingovernabilità non sia dovuta alla mescolanza dei popoli, quanto ai modi in cui lo stato stabilisce le proprie regole e le fa applicare.

      In fondo, siamo tutti frutto di una mescolanza e, nel lungo periodo, siamo tutti “figli” di immigrati.

      Un saluto cordiale

      em.il.

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