Ideale e potere

Anni dopo la morte di Thrain I lo stato di Tolosa viveva una delle maggiori crisi che gli sarebbero capitate di lì in avanti e molti nani pativano la fame. Il nuovo Capo, Borin, in cambio, non riusciva a porre rimedio alle sofferenze del suo popolo.

“Sei riuscito a prendere qualcosa?” chiese Alvis la vecchia moglie di Roben.
“Niente, ho solo questo pezzo di pane duro per i ragazzi, ma per noi non c’è nulla”.
“In fondo noi abbiamo mangiato ieri sera e un po’ di dieta non ci farà male” disse lei dando un pizzico sulla pancia di Roben.
“Ricordi quando mangiavamo carne di manzo tutte le sere?”
“Ecco, gustiamoci il ricordo, pensa che c’è chi nella vita non ha mangiato altro che pane duro”.
Quelle parole parvero fare scattare una scintilla in Roben che disse “Sì, ma è meglio non conoscere il gusto delle cose che conoscerlo ed esserne privato! Questa situazione è impossibile, lavoro più di quanto abbia mai fatto in vita mia, eppure riesco a portare a casa solo questo pezzo di pane. Nessuno compra più i miei oggetti e il magazzino si sta riempiendo, non so più dove piazzare scudi, lame ed elmi, quasi dovrei ringraziare i ladrocini degli eminenti, altrimenti non avrei più spazio”.
“E’ tutta colpa di questa crisi”.
“Sì ma non possiamo più andare avanti così: il Capo indossa la sua bella corona, fa scolpire statue in suo onore, gli eminenti e i loro figliocci prendono ciò che vogliono da noi poveri artigiani senza pagare, non abbiamo più di cosa mangiare e il pane vale quanto l’oro. Ha ragione Farin, quando dice che il capo ci sta portando alla rovina, altro che figlio di Durin: è solo uno sfruttatore!” disse Roben alzando la voce.
“Non bestemmiare” disse la moglie a basse voce e strascicando le parole “e poi ad alta voce, speriamo non ti abbia sentito nessuno”.

A Tolosa i capi governavano per di diritto divino e i loro figli ed i loro amici facevano il bello ed il cattivo tempo, acquisendo sempre più potere.

Ormai da una settimana la casa di Roben ed Alvis era in subbuglio. Tutto era pronto ed era stato conservato quanto più cibo possibile per il ritorno di loro figlio: Quentin.
Due colpi alla porta fecero trasalire i due nani che, in attesa dell’arrivo del figlio, si erano appisolati. Alvis andò ad aprire: Quentin, finalmente, era tornato dal fronte.
“Allora come va? Quanti orchi hai ucciso? Come sei diventato magro! Vieni, vieni che ti ho preparato il minestrone, hai proprio bisogno di mangiare” mitragliò Alvis e Roben aggiunse “Come procede al fronte? Andiamo avanti?”
Roben e Alvis cominciarono a litigare su chi dovesse avere la prima risposta ma Quentin li interruppe “Vi prego, datemi il tempo di riposarmi un po’ e poi vi racconterò tutto ciò che vi interessa” disse avviandosi in quella che, ogniqualvolta tornava a casa, era la sua camera da letto.
“Poveretto starà stanchissimo” disse Alvis.
Intanto Quentin era già sul letto e, in verità, non era la stanchezza a non farlo parlare ma la noia; la noia per tutto ciò che l’esercito era diventato. Ormai era a casa e per un po’ aveva deciso di non pensare ai caporali e alla loro arroganza, ai furbetti pronti a pugnalare chiunque alle spalle pur di ottenere le briciole cadute dalla tavola dei caporali ed agli stupidi sempre pronti a parlare ma incapaci di agire.
Sì, era un brutto momento per l’esercito, clientelismo, presunzione e incapacità la facevano da padrone. Tuttavia, non era il caso di affogare quei due poveri vecchietti nei suoi problemi e nelle sue ansie, si disse prima di chiudere gli occhi per riposarsi.

Gli abusi e le violenze degli Eminenti di Tolosa si andavano facendo, ogni giorno, più pesanti e sopravvivere in quel ambiente diventava sempre più arduo.

Due nani dall’aria distinta, vestiti alla moda con barbe intrecciate e carnagione chiara entrarono nel bugigattolo di Roben. L’artigiano li accolse con un sorriso, ben conscio che non avrebbero potuto portare che guai.
“Ehi zotico” disse il più alto dei due “voglio quello scudo raffigurante Aulë a colloquio con Eru”.
“Bellissima scelta signore, quello è uno dei miei scudi migliori, lo benedì sua Eccellenza in persona e la sua incisione ben si adatta ad un eminente del suo calibro. Pensi che costa appena…”
A questo punto Roben fu interrotto bruscamente “Come osi tu, zotico? Vorresti farmi pagare? Vorresti che le mie mani si sporcassero passando qualcosa nelle tue?”
“Signore capisco il problema e conosco le leggi, so che non posso prendere nulla dalle sue mani, ma potrebbe mandare un servitore a consegnarmi la somma. Signore il costo dello scudo è davvero esiguo…”
Fu nuovamente interrotto “Mi offendi, zotico, ma posso comprendere che lo fai spinto dalla tua ignoranza. Credi che mi interessi il costo dello scudo?” e a questo punto sorrise insieme al suo compare “Sembri un medicante. Quando capirete, voi zotici, che il denaro non ha valore?”
“Ma signore…”
“Smettila, zotico! Vuoi tenerti il tuo bello scudo? Ebbene conservalo pure: in fondo questo tugurio sarà chiuso a breve e tutto sarà ceduto. Allora prenderò quanto in mio diritto, ora non ho più intenzione di parlare con te” si girò per andarsene, ma prima di uscire disse “a proposito, zotico, quel ragazzo, Quentin, è tuo figlio giusto? Volevo solo informarti che a breve, non appena sarà espulso dall’esercito, avrà più tempo da dedicare alla famiglia” a questo punto prese un pugnale dallo scaffale, lo infilò nella cintola ed uscì dal negozio.

Non tutti, d’altro canto, erano disposti a sottostare ad angherie di quel genere, la frustrazione cominciava a mischiarsi alla rabbia ed anche nelle alte sfere qualcuno cominciava a stancarsi della situazione.

Non appena i due furono usciti un altro nano, anch’egli dall’aria distinta, ma con lunghi boccoli bianchi, il naso aquilino e lo sguardo intelligente entrò nella bottega di Roben. Quando il bottegaio si era già preparato al peggio, il nano disse “Fratello, perché gli permetti di trattarti così? Non siamo forse tutti figli di Aulë? Perché gli consenti di metterti i piedi in testa?”
Roben rimase esterrefatto nell’udire quelle parole e sentì di potersi sfogare “Cosa posso farci? Hanno la legge dalla loro parte, non servirebbe a nulla ribellarsi. Le vedi queste cicatrici?” disse scoprendo il braccio e mostrando dei solchi profondi che gli rigavano gran parte del possente arto “Questo è il prezzo che ho dovuto pagare la prima volta che ho cacciato un eminente perché mi aveva chiamato zotico. Sono passati più di dieci anni da allora e ti assicuro che ormai non faccio neanche più caso a quella parola”.
“Ma… dovrai ammettere che queste cose non sono tollerabili e che negli ultimi tempi la condizione del popolo è peggiorata esponenzialmente. Credi che questa situazione sia ancora sostenibile?” disse l’uomo che pareva capace di tradurre in parole i pensieri di Roben.
Scuotendo la testa e, quasi a continuare il discorso dell’altro, Roben disse “Ormai manca il cibo dai piatti: è triste tornare a casa e non poter sfamare la propria famiglia” i suoi occhi erano quasi lucidi per la collera.
“Borin non sta certo aiutando il suo popolo, il suo unico pensiero è lucidare la sua bella corona”.
“Sì, questo nuovo Capo, sta solo peggiorando le cose!”
“Dovremmo trovare una soluzione a tutto questo” disse sospirando.
“Non è così semplice, il problema sta nel fatto che non ci sono soluzioni attuabili” rispose Roben.
“Finché ci penserai da solo sarà difficile trovare soluzioni alternative. Senti: domani sera devo incontrarmi con dei fratelli che la pensano come noi, ti andrebbe di essere dei nostri?”
“Ma dove? E poi non conosco ancora il tuo nome” Roben si ricordò in quel momento che il nano non gli aveva detto come si chiamava.
“Hai ragione, scusami, io sono Dresstone e tu sei Roben il fabbro, ovviamente. Noi ci incontriamo alla Taverna dei Porci all’undicesimo rintocco: se conosci qualcuno che la pensa come noi, ritieniti libero di invitarlo”.

La Taverna dei Porci, uno dei peggiori luoghi di ritrovo del paese, nessuna persona “perbene” ci sarebbe andata normalmente. Questa taverna assurse al ruolo di luogo storico sotto il governo di Borin, quando…

La Taverna dei Porci era un piccolo locale particolarmente buio, dimesso e sporco, ma pareva decisamente adatto ad un tipo di riunione vietato dalla legge. La sala era stracolma di gente e tutti sembravano aspettare qualcosa. Quando entrò Dresstone il brusio diffuso cessò di colpo. Anche Roben, che aveva portato con sé l’amico Farin, si zittì.
Dresstone salì in piedi su uno dei tavoli e cominciò a parlare “Se siamo qui è perché ognuno di noi pensa che ci sia qualcosa che non vada nella nostra situazione, giusto?”
“Giusto” urlarono tutti in coro.
“E tutti siete tristi per questa situazione, giusto?”
“Giusto” gridarono nuovamente tutti in coro.
“Fratelli, stasera voglio raccontarvi un po’ di fatti dei tempi andati, perché per essere padroni del futuro dovrete prima essere padroni del passato: al principio della storia di questa nostra, martoriata, regione, tutti i nani, nessuno escluso, erano oppressi. Nessuno e dico nessuno fra quei nani sopportava di trovarsi al giogo degli elfi. Fu così che, alcuni fra i più coraggiosi e forti, si fecero avanti e dissero: per noi non esiste grigio, da oggi ci saranno solo bianco o nero, l’indipendenza o la morte! Indipendenza o morte; furono queste le parole che liberarono gli avi dei capi e dei nostri eminenti dal dominio degli elfi. Credete che pensassero ai rischi che correvano? Gli elfi erano grandi e potenti, conoscevano la magia meglio dei nani, ma a quei nani non interessavano i rischi! Tutti ammirate quei nani, vero?”
Tutti acconsentirono.
“Allora vi chiedo: noi cosa facciamo? Ci inginocchiamo alla corona luccicante, piangiamo sulla nostra situazione, siamo tristi e a causa del nostro sconforto non otteniamo né otterremo mai nulla. Io vi dico che non dobbiamo essere tristi: la nostra tristezza è la nostra maggiore debolezza! Io vi voglio arrabbiati!” il tono di Dresstone si faceva sempre più incalzante e la sua voce potente “E’ la rabbia che ci fa muovere, è la rabbia che ci dà forza! Fratelli i vostri diritti sono qualcosa che avete dalla nascita e che nessuno deve togliervi, ma nessuno può darvi libertà e uguaglianza siete voi a dovervele prendere! Quando avremo la forza di prendercele? Io dico ora!”
Tutti applaudirono, avrebbero seguito quel nano ricco di ideali fino in cima al mondo.

Secondo alcuni sarebbe stata una riunione organizzata nella Taverna a far scattare la scintilla nell’animo del popolo. Per la maggioranza, tuttavia, questa supposta riunione rimane soltanto un mito, una leggenda creata ad arte per dare una data di inizio a…

Tutti nella regione, tranne capi ed eminenti, erano a conoscenza di quanto detto quella sera nella Taverna dei Porci. I nomi dei Cento, così chiamati perché in quella sala erano circa cento, erano nella mente di ognuno ma sulle labbra di nessuno.
Quando Roben passeggiava per strada tutti abbassavano lo sguardo, quando entrava dal panettiere o dal fruttivendolo questi non gli chiedevano soldi. Fu così che Roben decise di chiudere la sua bottega senza aspettare il minacciato intervento del governo. Nessuno avrebbe chiesto soldi ad un Cento, loro erano la speranza di chi non aveva voce.
Quando i Cento si incontravano per strada, criticavano liberamente il governo ed attorno a loro si faceva il vuoto, ma spesso, molto spesso, i giovani si inserivano nel gruppo andando ad infoltirne le fila. Col passare dei giorni i boscaioli, i falegnami ed i minatori entrarono a far parte del gruppo. Ormai i Cento rappresentavano una forza e così diedero inizio ai preparativi per il raggiungimento del loro ideale.
La preparazione, purtroppo era più lunga di quanto ci si aspettasse ed i Cento, in quel periodo, non potendo lavorare, vivevano solo grazie alle offerte del popolo. Col tempo, tuttavia, diveniva sempre più difficile trovare cibo per tutti, recuperare ami e corazze e trovare luoghi dove riunirsi. Nacque così l’abitudine dei Cento di usare la forza per ottenere ciò che non gli era concesso: quando Farin spaccò la testa al padrone della Taverna dei Porci sapeva che l’aveva fatto in onore di un ideale superiore e che l’ideale valeva più della vita di un misero e taccagno oste.

Il cosiddetto Gruppo dei Cento andò accrescendosi nel tempo ed acquisendo sempre più forza, il governo, che inizialmente ne ignorava l’esistenza, prese sottogamba le notizie che giungevano e solo dopo…

Da un po’ di tempo si erano trasferiti nella cascina Noguilty: alcuni vi si recavano solo per le riunioni, ma la maggior parte si era trasferita lì a tempo pieno.
Era stato Roben a convincere quel vecchio stolto, il “padrone della cascina”, che non era necessario avere undici abitazioni e che avrebbe donarne una non gli sarebbe costato nulla. Ricordava ancora le ultime parole dello sfruttatore “Come osi, zotico, sai chi sono io?” Roben non avrebbe mai più accettato che qualcuno lo chiamasse zotico.
Il nano aveva l’impressione che quella sera ci fosse qualcosa di strano nell’aria attorno alla cascina, ma non sapeva dire cosa. In cambio, gli altri non parevano avere la sua stessa impressione e così lasciò perdere. Fra una pinta e l’altra, Dresstone fece sentire ancora la sua voce: puntuale e incorruttibile vessillo contro eminenti e capi.
Fu durante il discorso di Dresstone che Roben udì bussare alla porta. Andando ad aprire vide entrare un giovane che aveva in mano una pergamena con impresso il sigillo di Borin. Roben portò la pergamena a Dresstone che la lesse attentamente e disse “Fratelli, a quanto pare l’uomo con la splendida corona desidera informarci che siamo accerchiati, qualcuno di voi ha paura di questi ragazzini che si fanno chiamare soldati?” e così dicendo diede uno schiaffetto sulla guancia del messaggero che aveva accompagnato Roben.
“No!” urlarono e risero i Cento all’unisono.
“Allora ascoltatemi: Farin vieni. Andrai col messaggero all’esterno innalzando bandiera bianca per dimostrare la nostra resa incondizionata…” e a questo punto continuò a parlare bisbigliando all’orecchio di Farin e impedendo agli altri di ascoltare le sue parole.
“Ora scendi e appena ti darò il via esci col messaggero dalla cascina”.
I soldati all’esterno aspettavano da almeno 20 minuti, quando videro il messaggero uscire accompagnato da un nano con una bandiera bianca in mano. Farin sempre tenendo alta la bandiera si avvicinò ad uno dei capitani della compagnia stringendogli la mano. Fu a quel punto che tutti i capitani ed i caporali presenti caddero al suolo trafitti di decine di dardi. L’unico capitano sopravissuto ora non stringeva più la mano a Farin, ma aveva un coltellaccio puntato alla gola.
I pedoni non sapevano cosa fare e fu allora che uno di loro prese un’ascia a due mani si avvicinò al capitano minacciato e disse:
“Capitano, quando sono stato chiuso nel tugurio per qualche settimana ho avuto molto, molto tempo libero e durante quel tempo ho letto un libro che si trovava nella mia cella. L’ho letto a luce di candela, poiché, come lei sa, nel tugurio non entra la luce del sole. C’era un passo in quel libro che mi è piaciuto molto e vorrei recitarglielo poiché credo possa aiutare tutti noi a capire la strada da intraprendere. Ora non ricordo esattamente tutte le parole, ma più o meno diceva così: il cammino del timorato è minacciato da ogni parte dalle iniquità degli egoisti e dalla tirannia dei malvagi. Benedetto sia colui che nel nome della carità e della buona volontà conduce i deboli attraverso la valle delle tenebre; perché egli è in verità il pastore di suo fratello e il ricercatore dei figli smarriti. La mia giustizia calerà con grandissima vendetta e furiosissimo sdegno su coloro che proveranno ad ammorbare ed infine a distruggere i miei fratelli. E tu saprai che il mio nome è quello di Aulë, quando farò calare la mia vendetta sopra di te”.
Detto questa la sua ascia spaccò l’elmo e si conficcò nel cranio del capitano e Roben dalla finestra vide suo figlio Quentin che dopo aver ucciso il capitano stringevano la mano a Farin, venendo applaudito dai suoi commilitoni.

Tutto era pronto, ormai il malcontento era diffuso e gran parte dei pedoni si erano schierati con i Cento. Il gruppo continuava a riunirsi nella cascina Noguilty…

“Cosa aspettiamo ancora? Io dico che siamo pronti, abbiamo l’esercito dalla nostra parte, nessuno può fermarci!” esclamò Farin, mentre Dresstone rimaneva in silenzio osservando e sorridendo.
“E’ giunto il momento di spodestare il Capo e creare il governo del popolo!” disse Roben.
“Facciamo fuori tutti gli eminenti e gli amici degli eminenti, sgozziamo il Capo ed i suoi figli, voglio vedere il sangue e le budella di chiunque si opponga al governo del popolo” disse Quentin che ormai aveva chiaramente attraversato una metamorfosi caratteriale, divenendo il più spietato tra i Cento.
“Andiamo e bruciamo tutti i simboli del potere. Con l’oro e le pietre preziose ci riempiremo le cave e getteremo la corona dalla rupe più alta. Ci siederemo attorno ad una tavola rotonda, una tavola di legno, e useremo sedie sgangherate. Aboliremo la moneta e il nostro unico mezzo di scambio sarà il baratto” aggiunse Farin.
“Posso dire due parole?” disse Dresstone e tutti si ammutolirono “Tu Farin, vuoi bruciare i simboli del potere e distruggere la corona, ma non sai questo che vuol dire. Ti dico io cosa significa: se tu distruggi questa corona quando noi, i nostri figli e i figli dei nostri figli saremo morti, verrà qualcuno a crearne un’altra, poiché nessuno ricorderà che un tempo c’era stata una corona e che questa era stata simbolo di abusi e ingiustizie. Quindi, conserviamo la corona! Trasformiamo questi oggetti del potere dall’interno, diamogli un nuovo significato: non distruggiamo la sala del trono, ma usiamola come sala del Governo del Popolo; non gettiamo in fondo ad un pozzo il trono, ma facciamo incidere su di esso «La sovranità appartiene al popolo, che la esercita tramite il Governo del Popolo»; facciamo sì che su quel trono ci sia sempre seduto idealmente tutto il popolo e poggiamo la corona su questo trono, in modo che tutti sappiano che la corona e il potere appartengono al popolo! Seguiamo poi le idee di Quentin, noi per primi dovremo essere incorruttibili e chiunque si macchi di tradimento o si opponga al Governo del Popolo verrà decapitato in piazza”.
Il discorso di Dresstone si chiuse tra il fragore degli applausi.

I Cento vinsero la resistenza dei pochi fedeli al vecchio regime senza grossi problemi e arrivarono al potere senza grossi spargimenti di sangue. Il popolo accolse volentieri i suoi Fratelli che venivano a liberarlo. Tutti i governanti, amministratori, comandanti e caporali dell’esercito furono giustiziati in piazza. Tutti i sospettati di idee reazionarie confessarono e furono giustiziati. Gran parte dei Cento tornarono al loro lavoro abituale, dieci di loro formarono il Governo del Popolo sedendo alla grande tavola presente nella sala del trono. Quentin divenne capo dell’Esercito del Popolo.

Dopo circa un anno otto dei dieci membri del Governo del Popolo furono uccisi perché sospettati di voler intraprendere nuovamente la via autoritaria.

Roben non sapeva più cosa pensare, ormai anche Farin era morto, non avrebbe mai creduto che anche lui avesse potuto tradire la causa, ma non poteva non credere alla parola di Dresstone. Doveva parlare con qualcuno di quello che stava succedendo, doveva incontrare Dresstone e capire in cosa avevano sbagliato, perché un errore doveva pur esserci.
Uscì, così, in piena notte dalla sua stanza, voleva andare a pensare nella sala della meditazione.
Salendo le scale sentì dei rumori provenire dalla sala del trono, accostandovisi sentì delle voci. Notò che la porta era socchiusa, così decise di dare uno sguardo dentro senza esser visto.
Nella sala vi erano Dresstone e Quentin. Dresstone stava seduto sul trono con la corona sul capo e Quentin gli parlava stando in ginocchio.

La via autoritaria fu intrapresa quando fra i membri del Governo del Popolo rimase in vita il solo Dresstone. Il governo di Dresstone, tuttavia, durò ben poco, poiché, ad appena sei mesi dalla sua incoronazione, Quentin guidò un colpo di stato che lo rese Quentin I di Tolosa, il supremo Capo del Governo del Popolo.

Em.il.

Pubblicato il 23 aprile 2009 su Racconti. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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