Dr. Kerimoglu and Mr. Keriyan

Hrant Kerimoglu è morto oggi al rientro in patria. Avrebbe dovuto affrontare un processo per il reato di “offesa all’identità turca” a causa di alcuni articoli circolanti sul Web riguardanti il genocidio armeno, ma i suoi assassini non gli hanno dato il tempo di presentarsi di fronte al giudice. Gli sono stati sparati contro quattro colpi, due lo hanno raggiunto alla testa, uno al cuore e uno alla gola.

Le autorità turche hanno descritto l’assassinio come inumano. Kerimoglu era fuggito in Italia, chiedendo un asilo mai riconosciuto, la sua situazione risultava non regolarizzata.

Ormai da quattro giorni il mal di denti gli stava dando il tormento. Hrant non voleva andare in ospedale, soprattutto a causa degli ultimi avvenimenti: una donna incinta era stata denunciata in ospedale perché clandestina e, quindi, rimpatriata. Eppure i suoi coinquilini cercavano di tranquillizzarlo: “Ma lei era nera, mentre tu sei bianco. Nessuno farà caso a te”.

Il mal di denti divenuto insopportabile e gli argomenti degli amici lo convinsero a recarsi alla struttura pubblica, il giorno dopo non sarebbe andato a lavorare.

Hrant si svegliò, come al solito, alle 04.00. Non avrebbe trovato nessuna struttura aperta a quel ora, così decise di rimanere in casa e quando gli altri furono usciti si mise a lavorare ad un articolo. Hrant, nonostante la sua laurea in lettere, lavorava in Italia come muratore e, solo quando non era in cantiere, si dedicava a scrivere articoli sulla situazione armena attuale e passata.

Alle 09.00 Hrant aveva finito di scrivere e pubblicare il suo articolo, si era lavato, sbarbato e recato alla struttura sanitaria. Pagato il ticket si era messo in coda, prendendo il numero 42, e accomodato in sala d’attesa.

Quando era quasi giunto il suo turno, alle 09.45, due agenti entrarono nella sala d’aspetto. Senza pronunciare una parola presero Hrant per le braccia e lo portarono fuori a forza. Hrant chiese loro “Cosa ho fatto?” Per risposta gli diedero uno spintone “Zitto e sali in macchina!”

Lo portarono in questura e lo fecero accomodare in una sala d’attesa. Diverse persone gli passarono davanti senza degnarlo di alcuna attenzione. Due uomini, vestiti in maniera distinta che camminavano sottobraccio gli diedero un’occhiata veloce. Fatti pochi passi, si fermarono e uno dei due tornò indietro, lo guardò in faccia e gli sussurrò “ensesi kalın olana kanun da dokunmaz”.

L’altro uomo si avvicinò a due guardie che erano nelle vicinanze e queste scattarono verso Hrant, lo presero e lo condussero in una stanza, dove aspettò per oltre mezz’ora, col mal di denti che ormai lo massacrava.
L’uomo che aveva parlato con le due guardie entrò nella stanza dicendo “Stia comodo”.

“Signor Kerimoğlu, vedendola avevo pensato fosse un clandestino, uno dei tanti che vengono in Italia per rubarci il lavoro e per violentare le nostre figlie, ma ho ricevuto informazioni piuttosto interessanti su di lei.
Innanzitutto, mi hanno detto che lei è qui con un cognome falso. Il suo vero nome dovrebbe essere Keriyan. Pertanto, spero che non le dia fastidio, signor Keriyan, se la chiamo col suo vero nome, poiché continuerò a chiamarla così.

Come le dicevo, questa è solo la prima delle interessanti notizie sul suo conto”.

L’uomo aprì un armadio basso presente nella stanza e ne trasse una bottiglia d’acqua da cui bevve un sorso. A questo punto guardò in direzione dello specchio presente nella stanza. Poi, dopo alcuni istanti, riprese a parlare:

“La seconda notizia ricevuta, riguarda suo nonno. Mi corregga se sbaglio: suo nonno fu arrestato nel 24 aprile 1915. A causa dei suoi crimini, dopo l’arresto, suo nonno fu condannato a morte.

Questo potrebbe non avere a che fare con lei, se non fosse che un frutto non cade mai lontano dal suo albero. Veniamo così alla terza informazione sul suo conto: anche suo padre fu arrestato e dopo essere stato condannato a dieci anni di reclusione, anziché scontare la sua pena, preferì darsi alla fuga e emigrare in un altro paese”.

L’uomo scosse la testa, emise un sospiro seccato e poi aggiunse, stavolta puntando l’indice verso Hrant:
“Ora viene la sua storia: attualmente ricercato nel suo paese, lei vive in Italia senza avere un reddito fisso. Signor Keriyan, chi non guadagna non può comprarsi da mangiare e chi non mangia muore, eppure lei sembra in vita e, addirittura, in buona salute. Devo dedurre che ha una fonte di guadagno alternativa al lavoro onesto anche qui da noi.

Non mi stupisco, tuttavia, che, con certi esempi, lei si sia comportato in tale maniera.

Che pena le daranno, signor Keriyan? Scapperà anche lei come suo padre o accetterà di pagare per i suoi crimini? Il suo paese la considera un criminale e in Italia lei è un clandestino.

Ha qualcosa da rispondere?”

Hrant raccolse tutte le sue forze, resistendo al mal di denti che quasi gli impediva di pensare e che lo aveva spinto a non interrompere l’uomo:

“Solo poche cose.

Innanzitutto, non capisco il senso di questa sorta di interrogatorio, visto che avete già riscontrato la mia clandestinità potreste darmi il foglio di VIA e lasciarmi in pace. Credo però il vostro scopo sia un altro, ma a questo giungerò dopo.

Probabilmente il suo amico dietro il vetro le ha fornito solo informazioni parziali, quantomeno me lo auguro per la sua coscienza.

Il mio cognome non è quello del mio battesimo, sono stato costretto a cambiarlo in Kerimoğlu per non subire angherie. Le spiego perché: in Turchia il cognome sbagliato può creare grossi grattacapi, soprattutto se il suffisso del cognome è –yan e non –oglu. Il primo, -yan, è il cognome dei disprezzati armeni, il secondo quello dei turchi normali e onesti.

Mio nonno fu effettivamente arrestato nel 1915, deportato in Anatolia e sgozzato durante il cammino. Il suo reato, se le interessa, era di essere un poeta di origini armene, uno di quei supposti filo-russi e filo-cristiani.
E’ vera anche la condanna di mio padre, ma mi chiedo se il suo amico l’abbia informata anche sulle ragioni della condanna. Mio padre fu arrestato per aver indagato sulla storia del genocidio armeno e averne parlato in pubblico. Eppure credo, a questo punto, che lei neanche sappia cosa sia il genocidio armeno.
Lei piange al pensiero degli ebrei, mentre vuole punire me.

Io sono ricercato nel mio paese perché in Turchia denunciavo la situazione del mio popolo e in Italia continuo la mia attività di informazione. Se non le risulta che io lavori è perché il mio datore di lavoro non ha voluto farmi un contratto. Durante il giorno costruisco col sudore della mia fronte le case dove voi abitate comodi.
Infine, ignoro la pena che mi infliggeranno in Turchia, conosco, però, la pena che la sua ignoranza mi sta infliggendo in questo momento. Mi rimandi in Turchia e dica ai suoi figli che ha punito lo sfruttato e non lo sfruttatore, che ha cacciato un uomo che sarà condannato a causa del suo desiderio di informazione: a causa del suo dire che un milione e mezzo di persone, colpevoli solo ed esclusivamente di essere armene, furono brutalmente massacrate.

Il mio reato è stato parlare delle leggi anti-armene che legittimano la confisca dei beni degli armeni deportati e assassinati, dire che l’insegnamento della mia lingua in Turchia è effettuato sotto il controllo di un commissario politico turco, affermare che in Turchia, chi parla del genocidio degli armeni, rischia la tortura e la morte.

Questo è quanto. Ora mi mandi pure a morire e dica al suo amico, poiché credo che questo fosse quanto le interessava, che non rivelerò mai i nomi dei miei collaboratori in Italia e in Turchia”.

Em.il.

I nomi ed i fatti presenti nel racconto sono opera di fantasia. Ogni riferimento a fatti o persone realmente esistenti e’ puramente casuale.

Pubblicato il 21 aprile 2009 su Racconti. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 2 commenti.

  1. Il triste racconto è verosimile.

    Qual’è il motivo che porta un Italiano a parlare del genocidio Armeno?

    Grazie per credere che sia successo!

    • Abbastanza vero, anche perchè basato su un mix di diversi fatti reali…
      Probabilmente il motivo che mi ha portato a scriverne è proprio il fatto che qualcuno si possa chiederne il motivo: credi che si farebbe mai una domanda del genere per il genocidio degli ebrei?
      E’ una triste storia e, anche se questo raccontino può molto poco, mi piace immaginare che qualcuno leggendo possa chiedersi “chi sono questi armeni?” “cos’è questo genocidio armeno?”
      Ciao!!!

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