Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie

Era mattino, d’un mercoledì qualsiasi. Un ragazzo dalla faccia scarna, con passo grave, si avviò in camera di sua madre, tenendo in pugno una lettera, anzi, una cartolina.

La madre con gli occhi gonfi di lacrime stava lì, perfettamente conscia ma inferma, forzata a rimanere stesa tra i polverosi guanciali del suo misero letto.

Il figlio, incapace di restare a rimirare quell’immagine di desolazione, si allontanò gridando al mondo un unico monosillabo: “NO!”.

Come per tutti i giovani giudicati idonei, anche per lui era arrivata la chiamata alle armi.
Per lui, tuttavia, quella chiamata aveva qualcosa di diverso: aveva perso tre fratelli in guerra e sentiva di non dover, per nessuna ragione, partire.

Tornato in camera da letto, rivelò alla madre le sue sensazioni. La donna, singhiozzando, gli fece notare che la leva era obbligatoria, evitarla costituiva reato di diserzione. Il ragazzo rispose che, nel caso in cui si volesse fortemente, era possibile eluderla: “La guerra è alle porte e solo gli stupidi e gli incoscienti non la temono”. Giunse, così, ad un compromesso con la madre, se il padre fosse stato d’accordo, si sarebbe nascosto nella cantina di casa, in un loculo dove nessuno sarebbe mai venuto a cercarlo.
Alla sera il padre tornò a casa, posò il cappotto sul divano e si adagiò col suo peso sgraziato sulla sedia i cui piedi deboli e malandati sembrarono risentire di una tale massa.

Il ragazzo, con fare rispettoso, gli porse la cartolina della chiamata alle armi senza proferir parola, se avesse aperto bocca non sarebbe più riuscito a controllare le sue parole e non conoscendo le intenzioni del padre era meglio che evitasse di mettere immediatamente tutte le carte in tavola.

Alla vista della cartolina gli occhi del padre si fecero d’un tratto raggianti ed egli disse: “Finalmente anche tu potrai diventare un uomo!” cominciando, così, a raccontare vari aneddoti sul prodigioso coraggio con il quale i fratelli si erano sacrificati per la patria, rendendo la propria anima immortale.

Indeciso sul da farsi pensò che la miglior arma di convincimento fosse la verità: “Io avrei pensato, però, di non partire” rispose il ragazzo, con voce ora incerta e tremula.

Quasi per contrasto, il tono del padre divenne più forte e sonoro nel momento in cui mise il figlio di fronte ad una scelta: “Ora diventerai uomo o disertore! Nel primo caso sarai ancora mio figlio, nel secondo no e se non ti vedrò partire sarò io stesso il primo a denunciarti e a darti la caccia per farti arrestare!”
Un giorno d’estate, come tanti ragazzi, partì con il treno, per adempiere il suo dovere. Notò che il loculo della sua cantina sarebbe stato certo più accogliente, meno polveroso e privo dell’odore pestilenziale di cui era colmo il suo vagone.

L’arrivo in caserma non fu segnato da avvenimenti particolari e passarono alcuni giorni apparentemente uguali fra loro. Uno di quei giorni, però, d’un tratto divenne drammatico, speciale e storico. Ad ora di pranzo, mentre tutti i militari guardavano la TV, un’edizione straordinaria del telegiornale interruppe le trasmissioni; sullo schermo comparve il volto di un presidente spossato e con la barba incolta che, col pugno chiuso a mezz’altezza, dichiarava: “Siamo in guerra contro un nemico che da oggi comincerà a raccogliere il frutto delle sue infamie contro l’umanità intera. Per i credenti è obbligatorio partecipare alla guerra santa contro gli aggressori. E’ ora di dare una lezione ai non-musulmani!”.

Era un venerdì, quando alcuni ragazzi tentarono la fuga dalla caserma, giurandosi che: “Chiunque riuscirà ad andarsene da qui non si fermerà pensando a chi è rimasto indietro, ma porterà in giro per il mondo il seme della pace!” Nessuno ce la fece. I ragazzi furono immediatamente bloccati e mandati al fronte, accuratamente divisi in squadre distanti, fra loro, il più possibile.

C’era, tuttavia, ancora la possibilità di salvarsi, entro un mese sarebbero potuti tornare a casa, ma il mese doveva passare. Di quel gruppo di ragazzi solo uno scampò alla guerra. Era uno dei tanti che aveva cercato di mettersi al riparo, di non correre pericoli per quei trenta giorni, era uno dei pochi sopravvissuti a quella mattanza d’innocenti e di criminali.

All’alba, insieme ad altri soldati ebbe il permesso di tornare a casa.

In una trentina salirono sul pullman del ritorno ammaccato e puzzolente ma pieno di speranza…
Si stava, finalmente, tornando a casa, la guerra era, per loro, finita, il dovere verso la patria, i genitori e la religione era stato adempiuto.

In quell’afoso pomeriggio d’agosto, mentre il pullman camminava per le stradine polverose, un missile intelligente andò a segno.

Dei trenta soldati e dei civili che si trovavano nei dintorni rimanevano solo alcuni brandelli di carne fumante e fetida sparsi per quella che era stata una stradina.

Tante persone in una sola volta erano scomparse da questo mondo. Un padre, intervistato da una TV locale, chiedeva vendetta contro gli infedeli che gli avevano ingiustamente ucciso il figlio, ma si dichiarava gratificato dal fatto che il figlio avesse compiuto il suo dovere d’uomo e che adesso si trovasse in un luogo migliore, l’empireo degli eroi.

Su un canale satellitare, intanto, un presidente con la voce rauca, un sorriso di soddisfazione e frasi fatte dichiarava puntando l’indice verso le foto del cratere che si trovava dove stava passando quel pullman: “Sono raggiante, la lotta contro il male continua, fra non molto riusciremo a tirare fuori dalle caverne il nemico e a vincere la guerra!”.

Una madre inferma, con gli occhi gonfi di lacrime, stesa tra i guanciali del suo letto, pensava al quarto figlio che la guerra le aveva ucciso e avrebbe tanto voluto essere un uomo, per poter criticare suo marito, e non essere incatenata a ferree leggi dittatoriali, per così criticare chi stava al potere, ed avere il potere, quello di impedire la guerra.

Intorno a quel cratere non rimaneva che un grande punto interrogativo pieno di silenzio e di disperazione.

Em.il.

Il racconto è finito, possiamo anche tornare alla realtà:

Martedì 23 ottobre. Continuano i raid sull’Afghanistan. Una bomba avrebbe colpito una moschea a Herat, causando morti e feriti tra i fedeli. I raid hanno colpito nella notte soprattutto il Nord del Paese dove si fronteggiano Talebani e le forze dell’Alleanza del Nord. Verso l’alba ci sono stati altri due pesanti raid aerei su Kabul. Si parla di un centinaio di morti.

Pubblicato il 31 marzo 2009 su Racconti. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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