Il pianista dei sentimenti e uno sporco mestiere

Il pianista dei sentimenti

Erano un paio d’anni, ormai, che lo studiavo. Avevo calcolato e ricalcolato tutte le variabili possibili: la nazionalità e la famiglia del giovane, mi lasciavano perplesso, ma quel giovane pittore squattrinato e privo di talento era l’elemento più adatto.

Orfano sia di padre che di madre e dal carattere lunatico sarebbe espatriato a Berlino per sfuggire al servizio militare: qui sarebbe morto suicida nel 1914 solo, povero e sconsolato.

Giunsi a Berlino, nel 1914, ero nella stanza del ragazzo che si era appena tolto la vita in uno squallido ostello. La mia eccitazione era molta, ma dovevo fare molta attenzione ai particolari e muovermi il più in fretta possibile. Presi l’inceneritore dallo zaino e ridussi in polvere il corpo esamine del poveraccio. Indossai la maschera ed i suoi vestiti, nascosi la mia sacca e attesi il primo test: il più importante.

Passi pesanti e accelerati dal corridoio, colpi alla porta, la aprii e una grassona chiese “tutto bene? Cos’erano quei rumori?”

Le risposi “mi pare provenissero dalla stanza accanto, provi a chiedere ai miei vicini” lei si allontanò ed io chiusi la porta: non si era accorta del rimpiazzo. Potevo mettere in atto il mio piano.

Mi arruolai nell’esercito: era incredibile vedere, in quel ambiente, messe in pratica tutte le equazioni su cui tanto mi ero scervellato. Nell’esercito provai lo scontento ed il malumore dei miei commilitoni, conobbi la rabbia attraverso chi la provava e feci la mia parte, facendo montare quei sentimenti: “alla distruzione del marxismo!” gridavo col calice alzato e tutti brindavano.

Giorno per giorno la mia equazione si realizzava come uno splendido innesto.

Passarono cinque anni, quando, ormai sicuro delle mie doti, mi iscrissi al partito dei lavoratori dove il malcontento era diffuso almeno quanto nell’esercito. Premendo i tasti giusti, divenni il riferimento di chi provava disagio e insoddisfazione. Ero il pianista dei sentimenti umani.

In tre anni preparai un colpo di stato destinato a fallire, ma che mi avrebbe reso famoso e popolare alla nazione. Fallito il colpo rimasi in carcere per nove mesi, durante i quali scrissi un libro con l’aiuto di Rudolf, un piccolo ingranaggio della mia lungimirante macchinazione.

Ciò che scrissi, in realtà, non ebbe il successo che mi aspettavo, ma il libro non aveva grande importanza nel mio piano. Infatti, il mio partito era divenuto il secondo del paese ed io stesso giunsi secondo alle elezioni presidenziali: i miei calcoli erano perfetti, non avevo sbagliato alcuna mossa, non avrei portato agli uomini la lieta novella, ma ad essa li avrei condotti.

Era il 1933, quando fui nominato capo del governo, ora il mio cammino sarebbe stato in discesa: feci incarcerare gran parte di quelli che avrebbero reso instabile la mia equazione, mi impadronii dei mezzi di comunicazione e zittii con la forza quelli che dovevano essere zittiti. La notte del 29 giugno uccisi gli alleati che si sarebbero rivelati inutili e fastidiosi; alla morte del presidente divenni l’unica guida della nazione.

Per realizzare il mio piano, però, avevo bisogno che di una nazione forte, così riformai l’esercito che si rivelò subito efficace in Renania e aiutando i ribelli spagnoli.

Em.il.

Uno sporco mestiere, ma qualcuno lo deve pur fare.

Non ho un nome, il mio codice è 081111 e sono un agente adibito al controllo delle equazioni spazio-temporali, il mio compito è ridurre i punti di increspatura che si formano nel lago della realtà. La mia nascita è lontana da gran parte delle possibili increspature: è per questo che mi hanno scelto per questo lavoro.

E’ tramite Eone, uno dei panteoniani, che individuiamo i punti in cui intervenire ed è con le equazioni psicostoriche che scegliamo come agire per riequilibrare lo stato dell’universo.

La missione denominata AH20041889 era di estrema importanza per le sorti del terzo pianeta del sistema solare, luogo di nascita degli esseri umani.

Il mio compito era inserirmi tra gli amici dell’infiltrato e condizionare le sue scelte. Lo conobbi nell’esercito e mi dimostrai, dopo un po’, pianamente convinto dalle sue balzane teorie.

Quel uomo aveva una strana luce negli occhi: posso affermare con certezza che era un visionario, un folle visionario ubriaco di potere.

Mi riteneva uno dei suoi più validi alleati, quando quella sera ci riunimmo a discutere:

“Ho intenzione di distruggere quei vermiciattoli inglesi” disse con tono freddo.
“Dobbiamo fare attenzione, gli inglesi sono furbi, anche se di certo inferiori alle nostre forze. Dovremmo spaventarli per indurli in errore”.
“La nostra nazione è imbattibile, Londra sarà bombardata a tappeto” disse con la solita luce negli occhi.
“Dovremmo solo fare attenzione a non indebolire il fronte russo e poi non dobbiamo dimenticare dell’aiuto che ci potrebbero dare i nostri alleati allargandosi ad est” gli suggerii.
“Il fronte russo rimarrà intatto, distruggeremo i vili isolani anche senza utilizzare tutte le nostre forze e Benito ci darà la Grecia”.

Avevo giocato bene la mia prima mossa di contrattacco. L’attacco alla Gran Bretagna non fu mai portato con le forze sufficienti e i bombardamenti non furono più diretti alla Royal Air Force, bensì alla città di Londra in modo sparso, cosicché l’aeronautica inglese fu in grado di tornare a rinforzare le sue fila. Adolf non l’avrebbe invasa e non si sarebbe neanche reso conto di quanto avesse perso mancando l’invasione d’oltre manica.

La discussione aveva portato anche un secondo effetto, uno degli alleati di Adolf quel anno tentò di invadere la Grecia, fallendo miseramente e distraendo Adolf dall’obiettivo russo. La sconfitta di Benito, infatti, lo costrinse ad andargli incontro; quel piccolo particolare, quella manciata di tempo dedicata all’invasione greca, fece slittare l’attacco alla Russia al 22 giugno. L’arrocco sovietico ebbe, così, la possibilità di funzionare: le truppe non erano predisposte all’inverno russo.

Lo stesso anno mi ritrovai a discutere e a convincere i giapponesi ad attaccare Pearl Harbor. L’America era così, inevitabilmente, immischiata nella guerra e la mia missione poteva considerarsi finita: Adolf avrebbe perso la guerra, non mi rimaneva che aspettare per riportare il suo corpo al giusto tempo.

Il 30 aprile 1945 gli lessi lo stupore negli occhi, quando lo presi sottobraccio e gli chiesi “andiamo?”

Tuttora Adolf è rinchiuso in un centro di riabilitazione per criminali spazio-temporali.

Em.il.

Pubblicato il 31 marzo 2009 su Racconti. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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